Firthissimo - Recensioni 'FEBBRE A 90°'

by Anto




 


Il tifo guarisce il complesso di Edipo




Il Corriere della Sera, Italia
29/11/1997



Nel prologo, datato 1968, vediamo due ragazzini londinesi a colazione con il padre, ormai separato dalla mamma: il rapporto è imbarazzato, la conversazione ridotta a monosillabi. Ma un bel giorno accade che il piccolo Paul, dapprima riluttante a seguire il genitore allo stadio, scopre il fascino del calcio, si immerge nel popolo dei tifosi e si appassiona all'Arsenal. Mi raccomando perciò di fare attenzione al momento magico in cui nel corso della partita il muso lungo del giovane attore Luke Aikman si schiude in un impagabile sorriso. Ovvero come risolvere il complesso di Edipo in chiave di tifoseria. La situazione rappresenta la sintesi dell'intero spettacolo, ed è anche l'evocazione del vero calcio d'inizio dell'esistenza matura di Nick Hornby (classe 1958), che sulla passione per questo gioco ha pubblicato nel '92 questo "Febbre a 90°", un successo immediato.
Come ha scritto un critico, è "l'anatomia di un'ossessione, una sapiente e divertentissima autobiografia dolceamara in cui la vita non si misura in anni, ma in campionati". Scandito sull'arco di quasi un quarto di secolo di partite, il libro arriva fino al 1992 (l'anno della sua pubblicazione), mentre il film, co-prodotto e sceneggiato dall'autore stesso, ne offre una versione romanzata.

Assunto il nome di Paul, Nick si mette nei panni di un professore anticonformista (impersonato dal ribollente Colin Firth) che ama ricambiato la collega Sarah (Ruth Gemmell) e che tuttavia incontra difficoltà a far convivere questo sentimento con l'attaccamento al pallone. Insomma "Febbre a 90°" mette in scena la vicenda, più unica che rara, di una donna innamorata costretta a fronteggiare come rivale un'intera squadra di calcio.
Se dovessimo stabilire una priorità fra libro e film, non c'è dubbio che la pagina batterebbe lo schermo. David Evans, regista esordiente di matrice televisiva, se la cava onorevolmente, ma non è certo Mike Leigh. E nella trasposizione, la cruda, ambigua ed a momenti derisoria sincerità del memorialista che nella sua passione sportiva si autodenuncia come caso clinico, non è altrettanto convincente attribuita ad un personaggio di fantasia. Però il film si fa vedere lo stesso per le sue doti di freschezza ed originalità.


Tullio Kezich

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