Firthissimo - Recensioni

by Anto




   


I buchi neri oltre il business di Hollywood


Il bestseller di Rupert Holmes diventa materiale incandescente in
Where the Truth Lies, in concorso. Con Kevin Bacon e Colin Firth

Il Manifesto, 14 maggio 2005



CANNES - Sale la temperatura erotica e exotica del concorso con uno charmant neo-noir, ambientato tra la fine degli anni `50 e i primi anni `70 nei decor più lussureggianti, alla Morris Lapidus, e illuminato dalle luci più hollywoodiane mai concepibili (sono di Paul Sarossy). Quasi un polar da telefoni bianchi è Where the Truth Lies (Quando la verità inganna), film hollywoodiano obliquo, cioè canadese, diretto da uno specialista in geografie mutanti della sessualità.

Tre le sue star, Kevin Bacon, Colin Firth e Alison Lohman, qui portati al massimo della forza espressiva e del loro potenziale esibizionista. Film moralista per voyeurs, ma delle interiora, questo. Difetto? La musica spalma troppo l'immagine. Il duo comico televisivo angloamericano Vince (Firth) e Lanny (Bacon), divi di enorme successo, capaci di penetrare nelle tasche più commosse d'America travasando verso il Telethon, e la lotta alla poliomielite, le più munifiche e generose elargizioni, proprio come fossero cloni di Jerry Lewis e Dean Martin, è spazzato via nel 1959 da uno scandalo cruento: il cadavere nudo di una giovane donna trovato nella vasca da bagno della loro suite da capogiro.
La Mafia c'entra sempre nello show business americano, come la storia del movimento sindacale del quadrilatero che ci interessa (Las Vegas, Miami, LosAngeles, Manhattan) ci ha insegnato e come proprio Jerry Lewis non smetteva mai di ricordarci. E non mancano neppure qui i commissari corrotti, gli ‘armadi’ che minacciano, i regali troppo sontuosi, i metodi sbrigativi, le teste spaccate sui lavandini dei cessi, le cameriere ambigue e pericolose, i ricatti imprevisti. Ma la mafia questa volta è pulita.

           E anche il duo ne esce bene: le loro carriere però prenderanno strade divergenti, proprio come le loro nascoste e opposte personalità... Verso un futuro da produttore cinematografico si incammina Lanny, la cui icona televisiva lo imprigionava nella personalità un po' nevrotica del picchiatello americano, perennemente insicuro e un po' maniaco, corpo snodabile, sguardo e personalità alla Anthony Perkins, via via sempre più mummificato nelle perversioni... e nei luoghi comuni più imbarazzanti (a proposito di Marilyn e di J.F. Kennedy).
Invece Vince era e resta il “maschio eterosessuale tipico”, gioviale, dall'umorismo britannico fulminante, sempre sicuro di sé, con un numero illimitato di donne a disposizione, meglio se lolite. Conosce l'annata perfetta dei rossi francesi più cari (1961) e non riconosce altra trinità che quella, nel secchiello gelato, dei Dom Perignon. Straricco e strasolo continua a godersi, dalla villona di Hollywood, la megalopoli più ricca del globo ai suoi piedi...
A indagare sugli opposti estremismi dello show business, sulla natura ambigua e ingannevole del mondo dello spettacolo, laido dove sembra bello, e viceversa, ma non sempre, arriva 15 anni dopo il crimine insoluto, Karen O'Connor, bionda e affascinante giornalista, troppo intraprendente come tutte le ragazze scampate da cucciole alla polio (Wilma Rudolph, la ricordate?), e pericolosa dinamite (come ogni donna nel film) che riuscirà a scoprire tutta la verità su quella nottata, non senza aver avuto prima l'immensa fortuna di penetrare i suoi due ex partner, molto intimamente, ovvero dentro la loro fornitissima cassaforte delle pillole (prendere appunti, il Viagra non è ancora nato)... L'editoria americana, pur di sfornare best-seller, mette a disposizione di questa penna profumata, anche di cianuro, ben un milione di dollari. Eppure non sarà facile scoprire l'arcano. Tutto qua? Ci chiederemo, un po' infastiditi, alla fine. Dimenticando cosa erano, di orrido, gli anni `50 quando peggio dei rossi c'erano solo i gay rossi.

Scrupolosamente tratto dal bestseller di Rupert Holmes, che in qualche modo racconta gli albori delle organizzazioni per la protezione delle star da ogni pettegolezzo e scandalo di natura sessuale (oggi, per disinnescare Kenneth Anger, sono diventate multinazionali globalizzate e parareligiose), tutto il materiale diventa più che incandescente, quasi troppo misterioso, tra le mani di Atom Egoyan, il regista armeno, nato al Cairo, di passaporto canadese, che qui pensa più alla prima parte del suo cognome (Ego), cioè a quella privata, che alla seconda (ian), quella comunitaria, dispiegata pienamente nel più commosso e compunto Ararat.


Roberto Silvestri

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