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Quella complice segreta dell’arte di Vermeer
Il Messaggero, Italia
20/02/2004
Sabbia, soda, sapone. Sono gli strumenti di lavoro principali di Griet, la servetta appena assunta in quella grande casa caotica e un poco minacciosa. Griet ha 17 anni ed è di famiglia protestante. Suo padre è rimasto accecato dall'esplosione del forno in cui cuoceva ceramiche, così lei ora è andata a fare la serva in una famiglia cattolica e in una città che non conosce, Delft. (N.d.C. In realtà, nel romanzo anche Griet abita a Delft e si trasferisce solo in una diversa parte della città).
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In ricordo del padre, Griet porta con sé una piastrella: due bambini che giocano, pochi tratti celesti su fondo bianco. Un'immagine tradizionale, semplicissima, ma pur sempre un'immagine. La prima di un viaggio che inizierà l'illetterata Griet ai misteri dell'arte, al suo farsi, a quell'inconoscibile che sta a fondamento del nostro conoscere. Il padrone di casa infatti si chiama Vermeer, e anche se si vede poco perché se ne sta sempre a lavorare al piano di sopra, è lui ad aver dipinto tutti quei quadri che fanno ansimare Griet di emozione. Lui l'autore di quei soggetti così insoliti all'epoca, scene di vita quotidiana, interni domestici che per qualche oscura (o luminosa) ragione
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sembrano rivelare la loro più intima essenza, attimi insignificanti consegnati all'eternità.
Tutto questo Griet lo sente dentro di sé e certo non saprebbe dirlo. Ma le parole non servono, a comunicare un sentimento, basta uno sguardo. E quando la servetta non pulisce i vetri dell'atelier temendo di alterare la luce, l'artista abituato a sfornare quadri solo per il benessere della famiglia, capisce. L'umile Griet è l'unica che meriti di essere avvicinata al suo lavoro. La sabbia e la soda cederanno il posto ai colori, la serva diventerà la sua assistente e la sua modella. In una vicinanza che non esclude la fascinazione reciproca, anche se tutto passa attraverso la tela, i colori. E quella prodigiosa “camera obscura” che strappa a Griet un grido di meraviglia.
Tratto dal best-seller di Tracy Chevalier, “La ragazza con l'orecchino di perla” ha molti meriti. E' un film su un pittore che parla di pittura (e non, poniamo, di scandali o di celebrità). E' un ritratto dettagliato e verosimile, anche se largamente congetturale, del mondo di Vermeer (nell'intreccio, semplificato rispetto al libro, hanno larga parte anche la suocera, le figlie, il macellaio fidanzato di Griet e il committente Van Ruijven, tanto concreto e carnale quanto Vermeer sembra astratto e ideale).
Purtroppo però l'esordiente Peter Webber viene dalla tv e non imprime la minima tensione al rapporto fra le sue immagini e quelle di Vermeer, limitandosi a illustrare la storia con la massima cura, e ci mancherebbe, per scene, foto e costumi. Tre categorie per cui il film è candidato all'Oscar, mentre la vibrante Scarlett Johansson, vergogna, è stata ignorata dai maneggioni dell'Academy.
Fabio Ferzetti
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