Firthissimo - Recensioni 'Il diario di BJ'

by Anto




 


Bridget, la dura legge del single





Cinemorfo, Italia
Marzo 2002


Tutto nasce da una rubrica su "The Indipendent", famoso quotidiano inglese. Helen Fielding, la sua autrice, l'aveva trasformata nel punto di riferimento per le single della Gran Bretagna. Quando i suoi articoli sono stati raccolti in un libro, "Il diario di Bridget Jones" è diventato un best seller mondiale.
Ma la sua versione cinematografica è qualcosa di più di un arguto quanto profondo saggio sulle donne senza famiglia. Anzi è uno dei rari casi in cui il film è migliore del libro da cui è tratto, perché il testo della Fielding ha un'ottica prevalentemente femminile mentre il film, che è il debutto alla regia di Sharon Maguire, amplia gli orizzonti inglobando anche la crisi di mezza età, il celibato maschile di fronte alla drammatica confusione delle relazioni sessuali del 21 secolo, e riuscendo a trattare il tutto in modo divinamente divertente e profondo. Ecco perché, dopo "Quattro matrimoni e un funerale", "Notting Hill" e "Full Monty", "Il diario di Bridget Jones" è il nuovo film inglese che sbanca i botteghini americani.

Bridget (Renèe Zellweger) è una donna entrata nella zona grigia degli "oltre trent'anni", afflitta dal complesso di essere troppo grassa e poco sexy, che consuma indefinibili quantità di Chablis e sigarette insieme alle sue amiche single come lei Shazzer (Sally Philips) e Jude (Shirley Henderson). Di giorno lavora per il pubblicitario Daniel Cleaver (Hugh Grant), un vero mascalzone patentato, nei week-end invece è perseguitata dai tragici tentativi dei genitori di farle fare nuovi incontri.
Ad un certo punto crede che la sua vita si possa illuminare quando corteggia Daniel con le sue minigonne, ma resta distrutta quando prende troppo sul serio il gioco e Cleaver la scarica. Tornata al punto di partenza, si trova ad avere a che fare con l'infatuazione della madre per un conduttore di televendite, l'apatia del padre e la conclusione che la sua vita è finita.
Ma l'incontro con Mark Darcy (Colin Firth) sembra destinato a squarciare le nuvole che hanno avvolto la sua esistenza.

La Zellweger è una rivelazione: Renèe è Bridget. L'attrice viene dal Texas ed ha studiato a lungo per imparare ad avere un perfetto accento inglese ("Quando è arrivata sul set era perfettamente preparata" racconta Firth). Paffuta, vulnerabile, disponibile ad indossare abiti due taglie più piccole senza preoccuparsi di mostrare la cellulite: quale altra attrice lo avrebbe fatto?
Hugh Grant è bravissimo nell'essere non solo goffo, ma anche nel sembrare un perfetto cafone e Colin Firth aggiunge un'altra performance d'autore al suo curriculum.
I due, tra l'altro, danno vita ad una delle più memorabili scene di lotta di quest'anno, così volutamente lontana dallo stereotipo della scazzottata all'americana tra cowboy ("Abbiamo pensato di farla come se fossimo due pupazzi-giocattoli, cioè come sarebbe stato se avessimo lottato davvero. E' stato faticoso, ma divertente" ha raccontato Firth).
Il resto del cast è perfetto: compresi i cammei di Salman Rushdie e Honor Blackman.

Più simile a "Orgoglio e pregiudizio" che al romanzo, "Il diario di Bridget Jones" è un film che, con leggerezza, mette in moto la giostra dei sentimenti e spinge lo spettatore ad un'assoluta identificazione: l'ingrediente magico è un senso di tristezza, una genuina descrizione della solitudine e dell'isolamento. La sensazione cioè di aver superato la soglia dei trent'anni, di sentirsi perso, di aver voglia di piangere e di avere un disperato bisogno di qualcuno che si occupi delle tue debolezze.


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