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Un amore nel pallone
Il Sole 24 Ore, Italia
07/12/1997
C'è un metodo efficace per valutare "Febbre a 90°" (titolo originale "Fever Pitch"): immaginarselo scritto e girato all'italiana. Di certo, sarebbe dichiaratamente, pesantemente un film sul calcio.
Ossia: pontificherebbe sulla pericolosita' sociale del tifo, o tutt'al contrario ne esalterebbe i luoghi comuni. E forse, per
accontentare tutti, cercherebbe di fare le due cose insieme,
finendo così per non piacere a nessuno. Sceneggiatura e regia poi non ci
risparmierebbero provincialismi linguistici, volgarita'
folcloristiche, abiezioni varie. In ogni caso, gli autori non
racconterebbero individui, ma stereotipi, caricature denigratorie e
fors'anche mostruose... Insomma, scritto e girato all' italiana,
"Febbre a 90°" sarebbe l'esatto contrario del film di David Evans.
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Lo sceneggiatore Nick Hornby afferma di non aver scritto "a football
film". Tra l'altro, ricorda quanto sia difficile che il cinema renda
credibile la ricostruzione d' una partita. Le immagini che ne vengono,
sostiene, sono sempre insoddisfacenti (per la verita', usa
un'espressione piu' colorita: "They always look crap"). Accade cosi'
che il calcio quasi non si veda, nei 102 minuti del film. Non ci sono
folle indifferenziate, accalcate e urlanti nello stadio, ma piccoli
gruppi di individui, ognuno riconoscibile, per quanto pronto a
identificarsi nell'entusiasmo collettivo. E non ci sono nemmeno
momenti di gioco vero e proprio, se non verso la fine e sempre molto
brevi.
Ben lontano dall'essere un film sul calcio, "Febbre a 90°" racconta di
uomini e di donne, delle loro vite osservate attraverso il calcio, i suoi miti e i suoi riti. La questione di fondo viene posta fin dalle
prime immagini. Che cosa hanno mai da dirsi Mr. Ashworth senior e i
suoi due figli, seduti al tavolino d'un bar o d'un ristorante da
ochi soldi? Certo, sarebbe opportuno che un discorso riempisse i
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vuoto dei loro lunghi pomeriggi domenicali. Puo' darsi che davvero
niente li unisca.Oppure, semplicemente, puo' darsi che a loro - e a
moltissimi altri come loro - riesca difficile e penoso vincere
l'inerzia dei sentimenti, liberarsi da una sorta di timidezza che
alla lunga mette a tacere cuori e anime. In ogni caso, questo e' il
dato: i pomeriggi degli Ashworth sono ingrigiti e imbarazzati dalla
noia e dal silenzio. O almeno, lo sono finche' le loro vite trovano
per cosi' dire una mediazione proprio nel tifo per l' Arsenal.
Entrando per la prima volta in uno stadio, d'improvviso l'adolescente
Paul s'illumina in volto. Quello che ha davanti agli occhi non e'
solo un gioco, non e' solo uno spettacolo: e' una dimensione
autonoma, felicemente chiusa in se', affrancata dalla serieta' della
vita, un luogo dove gli incontri e i discorsi si fanno per incanto
facili e intensi. Molti anni dopo, per spiegarlo a Sarah, usa una
metafora trasparente. All'inizio d' ogni stagione - cosi' misura e
chiama gli anni, infatti - il programma di gioco della squadra
(sicuro e inequivocabile, stampato com'è in un depliant) consente
appunto di "programmare" il futuro. Per quanto la stagione precedente
possa essere stata disastrosa, la successiva si presenta colma di
promesse, del tutto nuova. Per il tifoso, i sogni tornano a vivere
ogni dodici mesi, in una ciclicita' temporale che si rigenera senza
fine.
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D'altra parte, Evans e Hornby non hanno alcuna intenzione di fare un
po' di sociologia e d'antropologia spicciole sulla mitologia e anzi
sulla Grande Narrazione che accomuna in questi nostri anni milioni e
milioni di uomini e donne, vincendone in qualche modo il silenzio, l'inerzia, la solitudine. Il loro è appunto un film su uomini e
donne, non su pregiudizi intellettualistici.
Dunque, che cosa significa per Paul (e per gli altri) questa
"mediazione" della vita e dei sentimenti? E prima ancora, come
l'occhio del cinema deve osservarne il tifo? La risposta di "Febbre a
90°" e' netta: Paul non e' un oggetto d'analisi, ma un soggetto e un
protagonista. Regia e sceneggiatura lo raccontano e l'osservano
stando con decisione dalla sua parte, quasi con lo stesso amore e con
la stessa profonda simpatia con la quale lo vedono gli occhi di
Sarah. Sono ben lontani, per fortuna, sia dalla criminalizzazione del
tifo quanto dall'apologia dei suoi luoghi comuni.
Anche in platea, del resto, partecipiamo senza remore alle passioni e
alle angosce calcistiche di Paul. Attraverso di esse, entriamo nelle
sue passioni e nelle sue angosce tout court, ossia in quella sua vita
che minaccia di trascorrere grigia e vuota come un interminabile,
silenzioso pomeriggio domenicale. Anzi, sempre
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piu' ci pare di riconoscere in esse anche le nostre, per quanto la nostra propria
mediazione possa essere diversa dalla sua. Probabilmente, questo film
di David Evans e di Nick Hornby non passera' alla storia del cinema,
ma è certo l' esatto contrario d'un film girato e scritto
all'italiana.
Roberto Escobar
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