Firthissimo - Recensioni "Shakespeare in love"

by Anto




  N.B. Ci sono anticipazioni sulla fine del film

Il Bardo in crisi creativa stregato dalla bella Gwyneth

"Shakespeare in Love" di John Madden con Joseph Fiennes ed una bravissima Paltrow




La Repubblica, Italia
15/02/1992


Il massimo, signori, il massimo, per chi respira calcio e frequenta il pallone e la domenica si mette la sciarpetta al collo e se ne frega degli altri che pensano: ma che ridicolo, quello. E' il massimo, signori, un gol, all'ultimo minuto, dell'ultima partita, dell'ultima giornata della stagione, prendere o lasciare insomma, non nel tuo stadio perdipiù, ma in quello degli altri, insomma, sul serio, uno sballo.


           Esiste una categoria spesso trascurata dal cinema: quella del piacere. Ed è proprio piacere quello che procura "Shakespeare in Love", arrivato nel concorso della Berlinale dopo una travolgente carriera angloamericana.

Forse il film di John Madden non si merita proprio tutte le nominations che gli sono piovute addosso (almeno se si pensa che il bellissimo "Truman Show" è stato praticamente dimenticato). Forse non comincia proprio al meglio e per un attimo ti fa temere un giochino goliardico. Forse non è un film importante di quelli che cambiano il modo di vedere e di sentire. Ma è un film che, oltre al piacere, dà divertimento, idee, emozioni, voglia di gioco, voglia di leggere, voglia di scoprire, che si rivolge al pubblico colto attraverso i suoi rimandi letterari ed a quello meno colto attraverso l'idea che la grande poesia parli una lingua che tutti vorremmo parlare.
Il Bardo (Joseph Fiennes) è giovane e belloccio, sta scrivendo "Romeo ed Ethel, la figlia del Pirata", ma è in crisi creativa. La bella ereditiera Viola de Lesseps (Gwyneth Paltrow) ama la poesia ed il teatro, ma può farlo (secondo le regole dell'Inghilterra elisabettiana) solo clandestinamente, travestendosi da uomo, mentre per le stesse regole sono dei giovinetti dalla voce più o meno bianca a calcare le scene travestiti da fanciulla.
A Londra si fanno concorrenza due teatri e molti commediografi tra cui Marlowe (uno spiritoso Rupert Everett, prodigo di consigli al collega in crisi), e si aggira un ragazzino un po' sadico con l'animo del delatore che diventerà, da grande, John Webster. La regina Elisabetta (una gloriosamente brava Judi Dench) ama il teatro e disprezza i cortigiani come il promesso sposo di Viola, Lord Wessex (Colin Firth). E tra il commediografo in crisi e la bella scoppia una grande, impossibile storia d'amore.

In Inghilterra, dove hanno preso con una punta di diffidenza l'invasione di campo americana nei territori della letteratura britannica (il film è una creatura della Miramax e la Paltrow, anche se sfoggia un ineccepibile accento, è pur sempre una yankee), i cattivi sostengono che "Shakespeare in Love" (sia la situazione che molte gags) attinga ampiamente ad un classico romanzo comico sul Bardo, "No bed for Bacon". Sarà, ma non importerebbe.
Le ragioni per cui il film conquista sono la grazia, l'intelligenza, il ritmo e, appunto, il piacere che riescono a produrre questi elementi, combinati in una sceneggiatura di rara effervescenza ed in una messa in scena esuberante e viva. A firmare la sceneggiatura, accanto a Marc Norman, è Tom Stoppard, intimissimo di Shakespeare (come ha dimostrato non solo con "Rosencrantz e Guildenstern sono morti", ma anche con il suo Amleto in quindici minuti), che, come un prestigiatore, usa citazioni shakespeariane con la naturalezza di chi parla Shakespeare tutti i giorni.
Madden, il regista - che due anni fa ha firmato un altro bel film con Judi Dench "La mia regina, Mrs Brown" sulla regina Vittoria - fa allegramente il suo lavoro.
Ma il vero miracolo, la misteriosa alchimia che produce il piacere di cui si diceva, nasce dall'incontro tra il testo, la storia d'amore ed un'attrice. Gwyneth Paltrow, a sorpresa, illumina la scena con la grazia e la fierezza di una vera eroina shakespeariana. E dà vita, sia a Giulietta (perchè nel frattempo il commediografo in crisi ha mollato Ethel ed ha inventato colei che resterà il simbolo della donna innamorata) sia, in uno strepitoso finale - che mentre scrivo, lo ammetto, mi dà i brividi - a Viola, l'eroina de "La dodicesima notte", come lei scampata ad un naufragio ed approdata, sola, su un'immensa spiaggia misteriosa, mentre si rinnova la grande magia dell'invenzione poetica di William Shakespeare.



Irene Bignardi

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