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Nel pallone
Non serve essere tifosi per appassionarsi a Febbre a 90'
La Repubblica
Credo di aver visto, in vita mia, al massimo 3 partite di calcio. Per me la tifoseria è quella della cronaca, a volte anche nera o nerissima, un mare di facce scalmanate con sciarpette e cappellini e striscioni, la folla urlante e minacciosa che ondeggia nelle riprese tv degli stadi, il fracasso nelle strade quando la squadra del cuore o l'Italia vincono un derby o un campionato del mondo, una serie di tragedie, i morti per coltellata, il crollo degli spalti, la violenza tra avversari, adesso anche lo spaccio di droga tra i più noti hooligans nostrani. Quindi non ho letto, a suo tempo, Febbre a 90' (Guanda) di Nick Hornby, tifoso maniacale e, posso dirlo ora che ho divorato il libro, scrittore eccezionale. E sono andata a vedere il film di David Evans, dallo stesso titolo, per diffidente dovere professionale. Confesso senza vergogna che alla fine anch'io non respiravo più in attesa della vittoria dell'Arsenal, e mi sono commossa per l'abbraccio, nella folla festante, tra il tifoso Colin Firth e la sua ragazza incinta e non tifosa Ruth Gemmell. Nel libro si analizza, come in una spirale ansiosa, un labirinto senza via d'uscita, quella passione drammatica, incallita, totalizzante, solitaria in mezzo alla folla degli altri maniaci, che è il tifo. Nel film la smania esasperata per il gioco del calcio viene raccontata con una storia sentimentale, continuamente messa alla prova da un amore che brucia più di qualsiasi amore: un tifoso, dice il film, per quanto possa amare una donna, ed essere felice del figlio in arrivo, resta schiavo della passione per quegli undici giocatori, per la squadra di cui sin da bambino ha seguito sconfitte e vittorie, di cui ricorda ogni evento, su cui fantastica anche mentre si sforza di parlare d'altro, di vivere come gli altri. Paul (Colin Firth) ha una testa di riccioli neri, la faccia malinconica e apprensiva del monomaniaco, in questo caso del calcio, un suo fascino povero e insicuro: è anche un bravo insegnante, e si innamora di Sarah (Ruth Gemmell), ragazza puntuta e severa che insegna nella stessa scuola. Lei è come tante ragazze dell'ultimo decennio (il film si svolge durante il campionato inglese 1988/89, finito con la vittoria dell'Arsenal dopo anni di sconfitte): attorno alla trentina, senza compagno, contenta della sua autonomia, con la voglia silenziosa d'amore. È lei, che pure rifiuta la passione tifosa di Colin, a offrirsi: ne nasce una relazione piena di ferite, difficile. Lei cerca di capire, lo segue alla partita, dove vede lui, uomo mite e affettuoso, trasformarsi in ossesso: prova a consolarlo, inutilmente, di un dolore che non condivide quando l'Arsenal perde, di accettare che in realtà è con gli altri tifosi che lui vuole parlare, litigare, esaltarsi, deprimersi, andare alla partita. C'è una ragione in questa malattia senza guarigione? Il film ne dà una edipica, poco convincente, ma pazienza: le prime scene mostrano il protagonista ragazzino e la sorella nel '68, al ristorante col padre che ha lasciato la famiglia: quello stare insieme tetro, senza dialogo, con cui i bambini puniscono chi ha sconvolto la loro serenità familiare. Poi una volta il padre lo porta allo stadio, e al primo gol il volto chiuso del bambino si apre in un sorriso estatico: il tifo diventa il modo per riconciliarsi col padre, e dominerà la sua vita come un tributo d'amore.
Natalia Aspesi
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