Firthissimo - Articoli |
by Anto |
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Indossa una coppola calzata ‘sulle ventitré’ – un po’ drammatica, alla James Cagney, un po’ scanzonata, alla Maurice Chevalier. Lo sguardo è schietto, sicuro, ma curiosamente mobile. Il successo, o perlomeno un primo assaggio di successo, lo ha provato di recente, protagonista di un film, A Month in the Country, presentato con favore di critica al New York Cinema Festival nello scorso settembre [1987, n.d.r.]. Non ancora trentenne, Colin Firth appartiene alla nuova generazione di attori inglesi, quella di cui il magazine The Face ha da poco sancito l’esistenza coniando un’apposita etichetta, Brit Pack (dove Brit sta per British e Pack sta per gruppo). Ma lui rifiuta qualsiasi tentativo di irreggimentazione e catalogazione: “E’ una necessità dei mass media che spesso non ha alcuna attinenza con la realtà”, racconta nel suo inglese preciso scandito da una voce impostata, dalla sonorità profonda. Anche se qualche relazione logica c’è. Innanzitutto l’età – con una media di venticinquenni – e soprattutto la storia professionale che, se accomuna queste nuove leve del cinema anglosassone tra loro, stabilisce anche una relazione con i ‘colleghi’ del passato. |
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Se oggi muove i primi e già apprezzati passi nel mondo della celluloide, Colin Firth non intende comunque rinunciare all’esperienza teatrale. Diviso tra cinema e teatro, ha anche sperimentato la comunicazione a ventun pollici, partecipando al serial televisivo Lost Empires, datato 1983. La sua ultima fatica, A Month in the Country, è stata consacrata dai critici come un delicato film di lirismo rurale. Come già si intuisce dal titolo, l’azione si svolge in un piccolo villaggio nello Yorkshire, regione in qualche modo simbolica del concetto inglese di ruralità. Su uno sfondo idilliaco e pastorale, paesaggio dalla natura dolce e rigogliosa alla Thomas Hardy di Tess degli Urbervilles, si svolge una drammatica vicenda di rinascita e guarigione. Una triste romanza dai risvolti psicologici stemperati nel dramma di due reduci della prima guerra mondiale. Il film, inquietante e problematico, di impianto neorealistico, è tratto da un romanzo di J. L. Carr nell’adattamento di Simon Gray (l’autore di Butley e Otherwise engaged). Regista è l’irlandese Pat O’Connor, cui i critici hanno attribuito una grande capacità di analisi introspettiva, espressa nel film mediante la scelta di un preciso stilema. La trascrizione cinematografica del mondo interiore dei personaggi utilizza infatti il contrasto metaforico tra luce e ombra. In questo modo Pat O’Connor “getta una luce solare sul villaggio di Oxgodby come in un dipinto di Camille Corot. Una luce gentile, calda, brillante, che guarisce gli animi reduci da un lungo inverno”. Ecco la storia. Diversamente dalla maggioranza dei loro contemporanei, i due reduci della prima guerra mondiale Birkin (Colin Firth) e Moon (Kenneth Branagh) sono fisicamente incolumi, ma il loro sistema nervoso è a pezzi. Durante una lunga, languida estate i due si incontrano, spinti nello stesso luogo da ragioni differenti. Birkin per restaurare un affresco nella chiesa locale, Moon alla ricerca di reperti archeologici. Moon è un omosessuale, Birkin è attratto dalla moglie del vicario. Entrambi cercano di ricostruire le loro esistenze straziate dalla guerra. Il loro è quindi un travaglio spirituale, a volte persino tradotto in forme improvvise di afasia: gli orrori che ossessionano le notti di Birkin sono spesso indicibili, ma traspaiono nello spasmo nervoso che tormenta la bocca del reduce. |
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