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Caro Diario
Come nacque Bridget Jones
The Independent, Gran Bretagna
2004
Rivendicare la paternità di un fenomeno planetario è sempre una questione complicata. Ecco perché il giornalista Charlie Leadbeater evita di parlare del suo ruolo nella nascita di Bridget Jones. Anche il fotografo Nick Turpin tende a evitare l'argomento. E tutti noi che lavoriamo al quotidiano The Independent manteniamo al riguardo la massima discrezione. Ma è ora di dire la verità, quella che conosce solo chi ci segue da sempre: Bridget Jones l'abbiamo creata noi.
Le origini del Diario di Bridget Jones furono, secondo Leadbeater, un evento raro: «Trovammo la persona giusta che scriveva con il tono giusto, nel modo giusto e al momento giusto. Ne venne fuori qualcosa di perfettamente compiuto. E di molto divertente».
All'inizio del 1995, Leadbeater era responsabile dei servizi speciali e cercava di intercettare quello che per i quotidiani era il Sacro Graal dei lettori da conquistare: le giovani donne professioniste.
Un gruppo sociale non particolarmente fedele a una certa testata e, dato il reddito, molto interessante per gli inserzionisti.
Voleva una rubrica piena di personalità, che potesse piacere a ragazze come le sue colleghe: «Gente che ti parlava di Wall Street e subito dopo di make-up. Ci voleva una rubrica che non funzionasse per compartimenti stagni». La moglie Geraldine Bedell, che all'epoca scriveva per l’Independent on Sunday, gli suggerì di affidarla a Helen Fielding.
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Nata nello Yorkshire, educata a Oxford, la Fielding non era nuova del mestiere. Aveva lavorato in tv per dieci anni, realizzato video, scritto un romanzo; si stava facendo strada come freelance. Soprattutto, aveva già trovato il tono giusto: e lo aveva usato per la single trentenne del suo libro Cause Celeb. Fu lei ad avere subito l'idea della litania quotidiana su sigarette e calorie. Dal nulla inventò un nome anonimo e universale, Bridget Jones, e si mise a lavorare a un paio di articoli di prova.
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Si decise di avere un’immagine in cima alla rubrica: una citazione della tradizionale fotografia utilizzata per gli editorialisti "veri". Chiamarono Nick Turpin, un giovane fotografo freelance che si trovava casualmente di turno, e Leadbeater propose di posare a Susannah Lewis, segretaria del responsabile operativo del giornale. I due acquistarono una bottiglia di vino in uno champagne bar nelle vicinanze della sede dell’Independent a Canary Wharf. La Lewis si accese una sigaretta e Turpin scattò tre rullini, fermando in pochi minuti una delle immagini mediatiche più durature. Se Bridget Jones divenne una icona, il merito fu soprattutto di quella silhouette sexy ed evocativa: bicchiere mezzo pieno, ricciolo ribelle, fumo di sigaretta.
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La rubrica partì il 28 febbraio 1995 e precipitò i lettori nel bel mezzo della vita confusa di Bridget Jones. Il personaggio era già fatto e compiuto fin dall'inizio, ma le cose non andarono subito lisce. Il giornale non aveva puntato sulla rubrica e si limitò a pubblicarla in una pagina secondaria. Non era chiaro se Bridget fosse reale o meno; il nome della Fielding nemmeno compariva. Alcuni dirigenti del giornale espressero dei dubbi. «Ma la reazione delle lettrici fu quasi subito fantastica», racconta Leadbeater. «Poi cominciò a piacere a tutti e fummo inondati dalle lettere». La rubrica passò in prima pagina.
Helen Fielding non aveva inventato nulla: Bridget si basava sulla sua vita reale di trentenne o poco più, single, residente nella zona nord di Londra. Le sue migliori amiche erano Tracey MacLeod, presentatrice del Late Show sulla Bbc, e Sharon Maguire, produttrice e regista del programma. Dice la MacLeod: «Eravamo tutte alla fine di rapporti piuttosto soffocanti e ci sostenevamo a vicenda: uscivamo, ci ubriacavamo e ci divertivamo.
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Pensavamo che una buona amica fosse meglio di un pessimo fidanzato. All'inizio, Helen non mi disse nulla del suo nuovo incarico. Ero in cucina a leggere l’Independent quando notai in quella rubrica qualcosa di familiare. Le dissi: "Helen, l'hai vista?" E lei: "L’ho scritta io, Tracey". Restai a bocca aperta».
Due giovani redattrici, Ruth Picardie e Genevieve Fox, davano il loro contributo al tono degli articoli. Ma per il pubblico Bridget era soprattutto l'immagine sopra il titolo. Un tizio scrisse al giornale proponendo di sposarla «se è come nella foto».
La Fielding firmò un contratto con l'editore Picador per riprodurre il diario in un libro. Quando fu pubblicato, con in copertina l'immagine della Lewis, il successo fu immediato. A oggi, ha venduto 10 milioni di copie in 35 Paesi.
Nell'autunno del 1997 la Fielding scrisse il suo ultimo articolo per l’Independent, non avendo raggiunto un accordo per un nuovo contratto con il responsabile Andrew Marr. Il diario continuò a essere pubblicato sul Daily Telegraph per un altro anno, mentre "Bridget Jones" divenne un'etichetta comoda per sociologi, ricercatori di mercato e giornalisti. Il primo film, diretto proprio da Sharon Maguire su richiesta della Fielding, ha incassato oltre 65 milioni di euro ed è uno dei film inglesi di maggior successo di tutta la storia. Il secondo libro. Che pasticcio, Bridget Jones!, è stato pubblicato nel novembre 1999, ha venduto finora cinque milioni di copie ed è anch'esso diventato un film.
E ora, dieci anni dopo, come ricordano quel momento magico i protagonisti? Per Turpin «non fu niente di speciale. Probabilmente quel giorno portai a termine altri due o tre incarichi». Oggi è un fotografo pubblicitario di successo, ha conservato i diritti sulla fotografia e ritiene di aver guadagnato circa 25 mila euro per il suo utilizzo.
La Lewis confessa invece un rapporto di amore-odio con quell'immagine. Ricorda da Madrid, dove vive: «Stavo solo facendo un favore a Charlie. E penso che altre colleghe avrebbero potuto essere perfette». Ha 42 anni e può dire di aver vissuto vari momenti in stile Bridget Jones. Si è innamorata di Madrid dopo avervi trascorso un weekend particolarmente vivace, ha sposato un batterista cubano di 12 anni più giovane di lei (si sono separati due anni fa), ha insegnato salsa e adesso lavora per la rivista Hello! come redattore grafico: «Non ho guadagnato nulla per l'uso della mia immagine, ma non mi interessa. Sono stata invitata alla prima del Diario di Bridget Jones da Helen - che conoscevo dai tempi dell’Independent - e mi sono divertita. Ma mi sono presentata alla Zellweger al party e lei mi ha ignorato».
È invece orgoglioso del suo ruolo Leadbeater: «II miracolo, secondo me, è che chiunque può riconoscersi in lei. E’ diventata una metafora». E Tracey MacLeod, che scrive ancora recensioni di ristoranti per l’Independent, ci ha detto di essere «orgogliosa e felice del ruolo che ho svolto». E’ appena ritornata da una passeggiata su Primrose Hill con la Fielding, che adesso abita a Hollywood, ma è rientrata a Londra per il lancio del film. «Tutte noi ci teniamo ancora in contatto. Ovviamente non usciamo più insieme a ubriacarci: siamo madri quarantenni con bambini piccoli. Ma continuiamo a spettegolare».
Traduzione di Luca Trentini
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