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Conferenza stampa de "La ragazza con l'orecchino di perla"
Abbiamo incontrato a Roma il regista - Peter Webber - e il protagonista - Colin Firth - di questa pellicola-omaggio al talento pittorico del celebre Vermeer.
35mm.it
Conferenza stampa del 19/02/2004.
Quali sono state le difficoltà che avete incontrato nell'adattare un libro come quello di Tracy Chevalier, che ha venduto più di 800 milioni di copie?
Peter Webber: Il romanzo della Chevalier ha un fortissimo impatto visivo, quindi si adattava perfettamente al cinema. Tanto la protagonista quanto il romanzo stesso hanno uno sguardo profondamente 'visivo'. Una delle nostre maggiori difficoltà è stato il freddo, quando stavamo girando nel Lussemburgo, le temperature arrivavano anche a - 15 gradi; del resto, però, la luce e l'ambiente erano quelli ideali e tutto trasudava arte.
Come ha scelto gli attori?
Peter Webber: Scarlet e Colin sono stati scelti separatamente, sapevo che entrambi erano degli ottimi attori, ma non sapevo come avrebbero interagito. Il legame che si crea fra i loro due personaggi è di natura molto particolare e non sapevo se sarebbero riusciti ad entrare abbastanza in sintonia, invece hanno interagito perfettamente.
La popolarità del romanzo la spaventava?
Peter Webber: Quando si comincia un nuovo progetto, qualunque esso sia, si ha sempre un po' paura. In questo caso in più sentivo una grande responsabilità nei confronti dei lettori del romanzo, ma del resto non è la prima volta che viene realizzato un film tratto da un romanzo.
Che cosa le è piaciuto di questo personaggio, tanto da farle accettare la parte? Ha fatto qualche preparazione particolare per calarsi nel ruolo di un pittore?
Colin Firth: La cosa che mi ha attirato da subito è stata il suo mistero. Da una parte volevo assolutamente arrivare al cuore di questo mistero, dall'altra temevo che se lo avessi fatto sarebbe svanito per me e quindi non avrei saputo restituirlo sullo schermo. Mi hanno affascinato quei suoi quadri ammalianti e volevo soprattutto riuscire a trasmettere al pubblico il modo in cui Vermeer guardava la luce, il soggetto, e il modo in cui poi li riportava sulla tela. Non faceva mai schizzi, o disegni preparatori semplicemente coglieva la luce e la riportava sulla tela. Non ho cercato di imitarne il tocco, non mi interessava. Una cosa che mi ha dato molto piacere è stato il contatto tattile con i colori, con i materiali preziosi che lui maneggiava, non penso sia necessario essere un grande maestro per capire tutto ciò.
Si è sentito un po' pittore mentre giravate il film?
Colin Firth: Come attore mi sono calato nella parte e ho cercato di sentirmi lui anche se io non so dipingere neanche come l'ultimo degli studenti di un'accademia, ho persino cercato di copiare quel quadro ma i disegni che porta mio figlio da scuola sono molto migliori di quello che ho prodotto, tanto che ho avuto anche un certo moto di rabbia nei confronti di quello che vedevo. Quello che ho cercato di cogliere, comunque, è stato soprattutto il modo in cui lui catturava la luce. Mi ha aiutato moltissimo il modo in cui è stato ricostruito l'ambiente , nel quale Vermeer viveva e lavorava. Quando sono entrato in quella stanza, con quella finestra dalla quale entrava la luce che si trova nella metà dei quadri di Vermeer, mi è sembrato tutto più facile. Mi ha aiutato anche il modo in cui Scarlett si muoveva e posava.Riguardo all'illuminazione e all'uso della luce, credo che siano straordinari nel film. Eduardo Serra ha scritto che avete usato tre tipi diversi di pellicola. Vorrei sapere come avete proceduto nel ricreare il mondo di Vermeer.
Peter Webber: Quando si comincia a lavorare ad un film del genere una delle maggiori difficoltà è capire esattamente che cosa si vuole realizzare. Il nostro punto di partenza sono stati i quadri. Più che parlare e cercare di spiegare a parole quello che volevamo ottenere abbiamo passato giorni e giorni a sfogliare libri di storia dell'arte, dopodiché Eduardo ha cominciato a lavorare. È riuscito a ricreare quegli ambienti con pochissime luci, creando così ambienti magici che al tempo stesso permettessero una grandissima libertà di movimento. Generalmente invece quando si vuole ottenere un ambiente del genere, i movimenti degli attori sono notevolmente limitati in quanto devono essere utilizzati molti punti luce. Quanto ai diversi tipi di pellicola è vero che ne abbiamo usate tre per i diversi ambienti, uno per gli esterni, uno per la casa ed uno per lo studio di Vermeer, tuttavia non abbiamo usato nessun particolare strumento tecnologico. Quello che abbiamo fatto per questo film avrebbe potuto essere fatto anche negli anni '30 o '50.
Il film è candidato a tre premi oscar, uno per la fotografia, uno per la scenografia, uno per i costumi. Trovo, però che gli attori siano stati straordinari e che avrebbero meritato una nomination. Lei ritiene che questa dimenticanza sia dovuta allo stile di regia, piuttosto etereo, o alla mancanza di competenza dell'Academy?
Peter Webber: Innanzitutto vorrei dire che sono felicissimo sia per le nomination che per gli altri premi che questo film ha già ricevuto. Per quanto mi riguarda credo che gli attori siano stati fantastici, ma la recitazione richiesta per questo film, sempre molto pacate, mai eccessiva o sopra le righe, non è quella che generalmente viene premiata. La bravura degli attori è stata proprio quella di rimanere nello stile minimalista dell'opera di Vermeer. Se avessimo raccontato la storia di Van Gogh o Bacon probabilmente sarebbe stato molto diverso.
Come siete riusciti ad evitare i cliché nella costrizione dei personaggi?
Peter Webber: Innanzitutto ci ha aiutato la personalità molto misteriosa e controllata di Vermeer. Poi abbiamo fatto una lista delle frasi e dei gesti da evitare. Un grande aiuto, inoltre, ci è venuto dalla visione de "La belle noiseuse" di Rivette. Colin Firth: Una cosa che mi ha colpito molto ne "La belle noiseuse" è la descrizione del rapporto tra pittore e modella, mi ha aiutato molto quella perenne attesa che c'era nel film di Rivette. Probabilmente se avessi potuto osservare un grande pittore all'opera avrei potuto capire molto di più. La cosa che ho cercato di fare di più è stato trasmettere la vulnerabilità del pittore.
Silvia Quadraccia
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