Firthissimo - Articoli

by Anto




 

Gli occhi del pittore


Nel film di Webber, Colin Firth è l’olandese Vermeer: storia del suo quadro più enigmatico e di una serva trasformata in modella.
Con un gioiello della moglie.

Famiglia Cristiana, Italia
Febbraio 2004


Viene sempre volentieri a Roma. Semplice il motivo: sua moglie è italiana. Colin Firth era qui giusto un anno fa per accompagnare l’uscita di L’importanza di chiamarsi Ernest, bella versione della commedia di Oscar Wilde interpretata a fianco dell'amico Rupert Everett (partner fin dal film d'esordio, Another Country). E in attesa di girare il mondo per il lancio del seguito di Il diario di Bridget Jones (di cui sono appena finite le riprese, sempre con Renée Zellweger), si è concesso un'altra puntatina nel Belpaese.

          
Intelligente, colto, affascinante e perfino amabilmente timido, Colin Firth è forse il più valido dei nuovi attori britannici. Apprezzato sia dai critici sia dagli spettatori, che lo ricordano in pellicole di successo come Febbre a 90°, Il paziente inglese, Valmont, Shakespeare in love o magari per Orgoglio e pregiudizio, bella serie della BBC tratta da Jane Austen. Chiacchierare con lui è sempre un piacere. Ancor di più per un film inusuale come La ragazza con l'orecchino di perla.
«Sono state girate tante biografie di pittori senza che si riuscisse a cogliere l'essenza dell'artista», osserva Colin Firth, 43 anni. «Io non conoscevo il bel libro di Tracy Chevalier, al quale s'ispira il film, ma appena ho letto la sceneggiatura ho capito che si poteva portare sullo schermo il mistero di Vermeer, uomo normale eppure straordinario, del quale non si sa quasi nulla. Dei suoi 35 dipinti conosciuti, una ventina ritraggono vari soggetti nello stesso ambiente: l'angolo di una stanza con vetrate, dove la luce proviene da sinistra. Soggetti plebei, quotidiani. Ma la grandezza di Vermeer è nella capacità di catturare quella luce, di restituire sulla tela l'umanità di chi è ritratto».
Come si è calato nei panni di questo pittore eccelso, gigante dell'arte fiamminga della metà del Seicento? Ha dovuto fare studi tecnici?
«Per carità! Non sono portato per la pittura. D'altronde, tra le poche cose che sappiamo di Vermeer c'è che lui non faceva mai schizzi preparatori: guardava il soggetto, studiava la luce, osservava, meditava e poi dipingeva. Ecco, non mi sono preoccupato più di tanto di come impugnare il pennello o mescolare i colori. L'importante era esprimere la magia del suo sguardo, la sua sensibilità per la luce e le tonalità».
E’ questa affinità che l'ombroso Vermeer (tediato da una moglie vanesia, una nidiata di figli, una suocera autoritaria e avida, un mecenate, Van Ruijven, grossolano e libertino) coglie in Griet (Scarlett Johansson), giovane domestica appena giunta in casa. Lei è la sola a cui è permesso guardare i quadri, commentare un colore, spostare una sedia nello studio del maestro. Johannes ne resta pian piano catturato, fino a desiderare di ritrarre lei, bellissima, con la cuffia da servetta e un prezioso orecchino sottratto alla moglie. Ecco spiegato il segreto di La ragazza con l'orecchino di perla, il più enigmatico dei quadri di Vermeer, realizzato attorno al 1665 a Delft, grigia e umida città olandese.
«La chiave del racconto è in una domanda», spiega Firth.

           «Che cosa avrà mai fatto Vermeer a quella fanciulla per farla sembrare così felice e triste allo stesso tempo? Al centro del film c'è una scoperta: quanto possa essere profondo, intimo, il rapporto fra l'artista e la sua modella».
E qual è la risposta?
«Svelare il segreto di un dipinto può arrivare a distruggere una famiglia! Del copione di La ragazza con l'orecchino di perla mi è piaciuta la capacità di sottrarsi a certi stereotipi: l'artista e la modella non finiscono a letto, io non alzo il pollice per studiare la prospettiva sulla tela... Tutto è più sottile, sfumato, accennato. Eppure potente».
Signor Firth, come spiega che il film ha avuto le nominations all'Oscar per scene, fotografia e costumi, ma nessuna menzione per gli interpreti? Non sarete stati penalizzati dalle scelte registiche di Peter Webber, che dà al film atmosfere rarefatte e statiche, quasi che i personaggi non fossero veri, ma visti attraverso lo sguardo trasognato di Vermeer?
«In questo film nessuno di noi doveva recitare sopra le righe. Non ci sono scene madri. Spesso si sussurra. L'ego di ciascun attore è sottomesso alla storia. Il contrario dei ruoli esaltati dagli Oscar...».
Allora, i membri dell'Academy non capiscono nulla?
«E’ lei che l'ha detto!» (scherzando).



Maurizio Turrioni



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