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An Englishman in Rome: intervista a Colin Firth
Febbraio 2003
La sua carriera è simile, per certi versi, a quella di Humphrey Bogart: anche lui agli inizi interpretava il ruolo del cattivo o – comunque – di personaggi non gradevoli. Cosa è successo per trasformarla nell’attore protagonista di un film?
Di solito uno inizia da giovane ad interpretare gli eroi positivi. Personaggi che, purtroppo, spesso, sono molto noiosi. Poi, man mano che invecchi, inizi ad appassionarti ad altre parti, magari da “cattivo”, pazzo o da eccentrico, che sono sempre più interessanti. A me è successo il contrario. All’inizio ero o cattivo o paranoico, mentre adesso dopo il successo televisivo di Orgoglio e pregiudizio, mi è stata data l’opportunità di interpretare altri ruoli da protagonista. La prima grande possibilità l’ho avuta con Bridget Jones. Sebbene io sia molto grato al lavoro, credo che siano, spesso, meno personaggi meno divertenti. E’ per questo che nel mio prossimo film potrei tornare indietro e interpretare il ruolo da paranoico.
A proposito di Darcy, il personaggio che l’ha resa una stella, si dice che lei non voglia nemmeno sentirlo nominare…
E’ una vera e propria sciocchezza. Sin dall’inizio questa cosa è stata detta e si è perpetrata. Ma mai nella mia vita hi potuto dire male di un ruolo che mi ha portato tanta fortuna. In ogni intervista che faccio ne parlo bene, eppoi quando leggo l’articolo scopro che il giornalista mi ha fatto dire cose spiacevoli del personaggio di Darcy. Ogni volta che rilascio un’intervista, quindi, devo dire frasi: “Ok, sono molto felice di quel ruolo… etc., etc.” Altrimenti rischio di essere frainteso e – ancora una volta – di leggere articoli del tipo “Colin Firth ripudia Darcy”…
In realtà in Italia – non avendo mai visto la serie televisiva – siamo abbastanza immuni al suo successo. Rowan Atkinson, anche lui sposato con un’italiana, aveva impedito di vendere i diritti di Mr.Bean nel nostro paese fino all’uscita del film, per avere un posto tranquillo dove trascorrere le sue vacanze…
L’Italia rappresenta per me la stessa cosa: qui posso girare tranquillo senza che nessuno mi riconosca.
Cosa le piace dell’Italia?
Molte cose che dette così sembrano dei clichés: il cibo, il clima, la musica.
Ricordo di avere incontrato una volta tre ragazze, tutte amiche, americane che venivano in Italia per trascorrere una lunga vacanza ed ognuna di loro lo faceva per motivi diversi. Una ci veniva per la moda, un’altra per l’architettura rinascimentale, e la terza per il cibo. E dimenticavano l’opera, le sculture, la campagna, la lingua…
Cosa non le piace?
Beh, la canzone italiana contemporanea… e poco altro. E’ molto difficile trovare qualcosa che davvero non ti piaccia. Credo che sia il paese più amabile e più amato del mondo.
Ha mai avuto un attore modello cui si è ispirato?
Ci sono stati momenti nella mia gioventù in cui un’interpretazione particolare di un personaggio abbia totalmente modificato la mia idea di cosa volesse dire essere un attore. All’inizio, un po’ingenuamente, pensavo che il segreto del recitare fosse legato al trucco, all’abito, al movimento. Poi ho cambiato idea. Quando ho visto Paul Scofield nei panni di Thomas More recitare in Un uomo per tutte le stagioni ho capito cosa significasse davvero recitare e cosa potesse portare a compimento l’arte della recitazione. E’ stato uno shock per me. Lui non recitava molto con le parole, ma utilizzava molto il suo corpo. Per la prima volta nella mia vita mi è sembrato possibile leggere nei pensieri altrui. E’ stata la prima volta che ho ricevuto un’impressione profonda dell’integrità e della consapevolezza di questa persona. Il suo modo di recitare aveva una sostanza di natura speculativa e quasi filosofica, in grado di trasmettere emozioni enormi al pubblico. La cosa più interessante era il paradosso di tutto questo. La recitazione è – per sua stessa definizione – una menzogna. Quest’uomo suggeriva, invece, che si trattasse di pura verità. E’ un elemento che manca ai giovani attori di oggi e che è presente in altri grandi del passato come – ad esempio – Spencer Tracy o più anziani della mia generazione come Robert Duvall. Questo è il tipo di lavoro che amo di più e che – in qualche maniera – mi piacerebbe potere replicare tramite la mia recitazione. Questo è molto più interessante di tanti altri aspetti del recitare: reggere la complessità interiore. Il travestimento si riduce a nulla in confronto a tutto questo…
Lei ha lavorato con molte giovani attrici di grande talento: Reese Whiterspoon, Gwyneth Paltrow, Jennifer Ehle, Renée Zellweger e Minnie Driver. C’è qualcuna su cui punterebbe?
Non è facile rispondere. Sono stato molto fortunato, perché ho lavorato con attrici veramente brave, anche se è molto che non lavoro con un’interprete inglese. Sono tutte americane e tutte molto capaci. Se dovessi, però, scommettere sul futuro di una rispetto alle altre credo che potrei fare il nome di Scarlett Johansson con cui ho girato La ragazza dall’orecchino di perla. Ha un talento straordinario ed è più giovane rispetto alle altre. Alla fine, credo, che diventerà una regista. Tutti la amano, sul set era un po’ come se fosse la “fidanzata” di tutti per la sua bellezza, gioventù e simpatia. Ed è una professionista serissima che si prende le sue responsabilità con grande attenzione.
Come spiega da esponente dell’industria inglese il fatto che il vostro cinema importa attrici americane per i ruoli principali ed esporta molti attori per il ruolo di cattivo o di personaggio eccentrico come Patrick Stewart, Ian McKellen, John Hurt, e così via…
Non c’è un legame diretto tra i due elementi, non si tratta di una moneta di scambio, ma è vero. L’importazione è dovuta a motivazioni di natura commerciale. Non che queste attrici non siano capaci: anzi. Diciamo che è una convenzione cinematografica che l’accento inglese denoti il cattivo. Non so se dipenda da un retaggio storico della rivoluzione americana, ma è anche vero che il cinema commerciale considera un attore che parla con l’accento inglese come esotico, eccentrico, aristocratico. Non sono ancora pronti a valutare qualcuno con tale accento come accettabile per il ruolo da protagonista. Noi attori inglesi siamo tutti, forse, un po’ strani. L’Inghilterra non è piena di attori come Tom Cruise. Ian McKellen e Patrick Stewart sembrano di maggiore spessore, mentre noi non produciamo molti attori pronti per le figure principali. La nostra tradizione teatrale non produce interpreti così.
Cosa prova guardando indietro alla sua carriera?
Ritengo di essere stato incredibilmente fortunato. Soprattutto quello che è davvero incredibile è come sia accaduto tutto questo. Per molte persone è facile fare paragoni in termini negativi e – soprattutto – dare una sorta di misura alla tua insoddisfazione. Quando guardo indietro, invece, io posso pensare ad alcuni limiti del mio lavoro, ma non posso certo lamentarmi riguardo nessuna delle opportunità che ho avuto. Molti attori cercano di ottenere nella loro carriera quello che ho avuto io e non lo raggiungono mai. Molte delle persone con cui studiavo avevano un grande talento che comunque era molto superiore al mio. Adesso non so dove siano finiti…
Per me è ancora tutto velato di un tono di incredulità. Mi sembra impossibile che sia capitato proprio a me: e se anche avessi avuto metà del successo ottenuto, sarebbe comunque incredibile. Mi considero molto fortunato. Nel nostro mestiere anche lavorare è una fortuna. Riuscire a mantenersi rappresenta già di per sé una grande possibilità per un attore e non certo una cosa troppo frequente, purtroppo.
Ricorda qualcosa della sua infanzia in Nigeria?
Stranamente sì, anche se sono partito prima di avere compiuto i cinque anni. Ricordo un uccello variopinto che è entrato a casa nostra dalle finestre senza vetro. Mi sembra che qualcuno l’abbia preso in mano e me l’abbia fatto vedere da vicino. Ricordo mio padre che ogni mattina andava al lavoro in macchina. Continuavo a guardarlo mentre si allontanava su una vecchia Volkswagen. Ricordo mia sorella piccolissima e soprattutto un bambino africano della mia stessa età. Parlavamo moltissimo, per ore e ore, e ancora oggi mi domando come in qualche maniera riuscissimo a comunicare visto che tutti e due ancora non avevamo imparato a parlare bene. Parlavamo come fanno i bambini e a me sembrava una conversazione molto sofisticata.
Lei ha scritto anche un racconto breve per un’antologia a scopo benefico curata dallo scrittore Nick Hornby. Che tipo di esperienza è stata?
Nick mi ha chiesto di scriverlo. Una sera a cena, mi raccontava di stare mettendo insieme questa raccolta di racconti per una raccolta di fondi per un centro di studi sull’autismo che ha anche una scuola per bambini. Suo figlio, infatti, soffre di questa malattia. Gli altri autori sono scrittori di professione e io mi sentivo ovviamente intimidito. In un certo senso ha voluto lanciarmi una sfida. Per qualche motivo conosciuto in particolare da lui credeva che io potessi farcela a raccogliere questo invito e a scrivere qualcosa di interessante. Era gennaio e lui mi ha detto: “Hai tempo fino a giugno”. Voleva un monologo e io ho scritto questo racconto come se fosse una sorta di missione.
E’soddisfatto?
Sì, sono contento della storia. Forse, facendo un paragone con quelle degli altri scrittori, il giudizio potrebbe cambiare…Del resto gli altri sono autori come Roddy Doyle, Helen Fielding e altri tra i principali autori contemporanei. Ero davvero in illustre compagnia.
Le piacerebbe scrivere di nuovo?
Sì, credo proprio di sì.
Marco Spagnoli
Critico e giornalista cinematografico, collabora a varie riviste tra cui Il giornale dello spettacolo, Il Venerdì, Musica, Vivilcinema, Primissima, Cinema.it, 35mm Digital, New Dvd World.
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