Firthissimo - Articoli

by Anto




 


Un inglese a Roma



Febbraio 2003


Colin Firth è un gentiluomo straordinario. Elegante, modesto e soprattutto gentile nella sua profondità di pensiero accompagnata da una grande ironia, colpisce per la sua maniera di porsi molto interessante e attenta. E' il sex symbol che tutti vorrebbero essere, perché al di là dell'aspetto e del fascino, c'è qualcosa di più che fa percepire la sua presenza come qualcosa di carismatico. Reduce dal successo de "Il diario di Bridget Jones", Firth ha da poco terminato le riprese di "La ragazza dall'orecchino di perla" tratto dal romanzo omonimo di Tracy Chevalier.

A Roma per presentare il divertentissimo "L'importanza di chiamarsi Ernest" interpretato fianco a fianco con Rupert Everett per la regia di Oliver Parker, l'attore descrive la sua esperienza di artista e di attore con una lungimiranza e un fascino ammirevoli. Un incontro esclusivo per parlare di cinema, di teatro, di letteratura e di colori che nascono dallo sterco degli insetti...

La sua carriera è simile, per certi versi, a quella di Humphrey Bogart: anche lui agli inizi interpretava il ruolo del cattivo o - comunque - di personaggi non gradevoli. Cosa è successo per trasformarla nell'attore protagonista di un film?

Di solito uno inizia da giovane ad interpretare gli eroi positivi. Personaggi che, purtroppo, spesso, sono molto noiosi. Poi, man mano che invecchi, inizi ad appassionarti ad altre parti, magari da "cattivo", pazzo o da eccentrico, che sono sempre più interessanti. A me è successo il contrario. All'inizio ero o cattivo o paranoico, mentre adesso dopo il successo televisivo di "Orgoglio e pregiudizio", mi è stata data l'opportunità di interpretare altri ruoli da protagonista. La prima grande possibilità l'ho avuta con "Bridget Jones". Sebbene io sia molto grato al lavoro, credo che siano, spesso, personaggi meno divertenti. E' per questo che nel mio prossimo film "Trauma" di Marc Evans tornerò indietro per interpretare un ruolo da paranoico in un giallo psicologico.

A proposito di Darcy, il personaggio che l'ha resa una star, si dice che lei non voglia nemmeno sentirlo nominare…

E' una vera e propria sciocchezza. Sin dall'inizio questa cosa è stata detta e si è perpetrata. Ma mai nella mia vita ho potuto dire male di un ruolo che mi ha portato tanta fortuna. In ogni intervista che faccio ne parlo bene, eppoi quando leggo l'articolo scopro che il giornalista mi ha fatto dire cose spiacevoli o non vere. Ogni volta che rilascio un'intervista, quindi, devo dire frasi: "Ok, sono molto felice di quel ruolo…etc., etc." Altrimenti rischio di essere frainteso e - ancora una volta - di leggere articoli del tipo "Colin Firth ripudia Darcy", "Colin Firth è stufo di Darcy".

Lei ha lavorato con molte giovani attrici di grande talento: Reese Whiterspoon, Gwyneth Paltrow, Jennifer Ehle, Renée Zellweger e Minnie Driver. C'è qualcuna su cui punterebbe?

Non è facile rispondere. Sono stato molto fortunato, perché ho lavorato con attrici veramente brave, anche se è molto che non lavoro con un'interprete inglese. Sono tutte americane e tutte molto capaci. Se dovessi, però, scommettere sul futuro di una rispetto alle altre credo che potrei fare il nome di Scarlett Johansson con cui ho girato "La ragazza dall'orecchino di perla". Ha un talento straordinario ed è più giovane rispetto alle altre. Alla fine, credo, che diventerà una regista. Tutti la amano, sul set era un po' come se fosse la "fidanzata" di tutti per la sua bellezza, gioventù e simpatia. Ed è una professionista serissima che si prende le sue responsabilità con grande attenzione.

A proposito del seguito de "Il diario di Bridget Jones", a che punto stanno le cose?

C'è una sceneggiatura su cui si sta lavorando.

Qual è il suo rapporto con il teatro?

Desidero portare avanti una carriera parallela sia al cinema che a teatro. Per me il teatro è più interessante. Ci sono le prove, la recitazione davanti al pubblico e tutto va in sequenza. E questo è più facile. Al cinema, invece, per il modo di girare tutto è diverso: alle nove di mattina uccido mia moglie, alle dieci devo sposarla, faccio sesso a mezzogiorno, poi pranzo, poi la conosco nel pomeriggio…E' difficile, mentalmente, sviluppare un personaggio. Dobbiamo cancellare una scena perché piove e allora passiamo ad altro. Il teatro non è così. Dopo sei settimane di prove sali sul palcoscenico. Quello è il territorio dell'attore, noi così raggiungiamo il controllo di tutto. Nel mondo del cinema sei nelle mani del regista. Se lui è bravo, anche tu sembri più bravo. A teatro non puoi mentire….una disciplina completamente diversa.

Parliamo di Vermeer…

E' difficile parlare di lui: ha fatto appena trentacinque quadri e ne sappiamo davvero pochissimo. Era un artista che riesce - in qualche maniera - a sfuggire alle definizioni. I suoi soggetti sono dei clichés che abbiamo già visto cento volte da altri artisti. Eppure quando dipinge soggetti reali, il suo lavoro è inspiegabile e travolgente. E' un pittore di cui si conosce solo la biografia, ma la sua personalità e il suo spirito restano davvero un enigma. Sul set ho imparato ad usare i pennelli e i colori e pur - ovviamente - non essendo diventato bravo come lui (non mi basterebbero cinquanta anni di lezioni), ho conquistato una certa manualità. Per me la cosa più importante era riuscire a vedere quello che lui stesso vedeva. Più importante dei quadri era vedere la fonte della sua ispirazione. Spesso sogno le immagini che lui ha creato. E' stata un'esperienza interiore molto forte, in un set molto buio e bellissimo. L'esperienza della luce era meravigliosa. Ho imparato a mescolare i colori a far nascere il malaga, il rosso vermiglio, i lapislazzuli. Mi ha molto colpito che la lacca a rubino cinese, viene prodotta dagli escrementi degli insetti. Il cosiddetto "indian yellow" si ottiene tramite l'urina di tori indiani che mangiano solo le foglie di mango. Per rendere più giallo il tono del colore. Profumi strani…insomma, per me quel set ha rappresentato una vera e propria magia. Un'esperienza forte e indimenticabile.

Marco Spagnoli


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