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«Ragazza con turbante» di Vermeer, ora il quadro diventa anche un film
Scarlett Johansson interpreta la musa del celebre pittore «Romanticismo e sofferenza in quella serva misteriosa»
Il Corriere della Sera, Italia
Può un quadro diventare un film? Risponde Scarlett Johansson, 18 anni: «Non ho dubbi. Infatti, ne "La ragazza con l’orecchino di perla" io sono, tra realtà storica e finzione letteraria e cinematografica, la modella di un dipinto di Jan Vermeer».
Nel film di Peter Webber, Scarlett Johansson dà vita infatti alla "Ragazza con turbante" (n.d.r. alias "La ragazza con l'orecchino di perla"), uno dei quadri più celebri del maestro olandese. Il film è stato il titolo più venduto nel mondo al Festival di Toronto, forte del fatto che il libro di Tracy Chevalier dal quale è tratto è dal 1999 un best seller da due milioni di copie vendute: l’autrice immagina che la protagonista del quadro sia una servetta 17enne chiamata a tenere in ordine lo studio dell’artista diventandone poi la musa ispiratrice.
Appassionata di arte, Scarlett è oggi indicata come l’erede di Meryl Streep per bravura e cultura e di Michelle Pfeiffer per fascino.
Ex attrice- bambina al Lee Strasberg Theatre - premiata a Venezia come miglior attrice nella sezione Controcorrente per "Lost in Translation" di Sofia Coppola dove interpreta una moderna americana in quel di Tokio - sembra uscita da un dipinto preraffaellita oltre che dalla tela ricca di colori, grazia e sensualità di Vermeer.
Come è andato il suo transfert con la fanciulla del quadro?
«È stato coinvolgente. Avevo amato il libro ed ho subito detto sì all’offerta di Peter Webber, con incoscienza. È iniziato dentro di me un processo di fascinazione per Vermeer (sullo schermo è Colin Firth) e per la mia servetta Griet. Per entrare nel mondo del pittore ho studiato e letto tutto il possibile. Nel museo olandese dove è conservato il quadro ho passato ore osservandolo, in silenzio».
Che cosa l’affascinava nel libro della Chevalier?
«La sofferenza d’amore, il romanzo è anche un dramma romantico. E poi il peso della storia tra passato e presente e l’attrazione per la bellezza, vissuta da Vermeer come un sogno sofferto. Poter rendere tutto ciò sullo schermo è stato formativo ed è quanto chiedo al cinema».
Tutti coloro che hanno letto il libro l’aspettano al varco...
«Le prime recensioni hanno sancito che, a volte, un film può essere una tela vivente e più ricco di temi di un libro».
Perché la sua Griet con le labbra color ciliegia piace tanto?
«Perché ha le stelle negli occhi (n.d.c.???) e una sofferenza misteriosa ed è una creatura reinventata dall’arte. Studio pittura e letteratura, oltre al teatro. La storia di Vermeer innamorato di quella servetta, o meglio dell’idea di essa che la sua arte gli rilanciava, è molto moderna. Nel film e nella semplice Griet c’è la frattura tra amore e arte, tra la cattiveria della società e la sofferenza di chi con l’arte sogna».
Quali soni i pittori che preferisce?
«Sono ancora immersa nel mondo, nelle linee dell’anima e dello sguardo di Vermeer. Mi piace James Whistler: quando sarò ricca, se mai lo diventerò, mi comprerò una delle sue acqueforti. Credo alla capacità di dipingere il tempo e i personaggi con il cinema come accade anche nelle opere di Sofia Coppola, che offre una immagine architettonica, pittorica e sociale di Tokio attraverso la solitudine dei personaggi».
Tra gli scrittori, chi predilige?
«Tracy Chevalier: per noi giovani, la sua capacità di usare il passato per parlarci del presente, è importante. Stephen King, sempre. I più grandi scrittori-pittori americani? Faulkner e Steinbeck. Il più grande regista pittore? Peter Webber, che ha fatto del nostro film un quadro, e Robert Altman».
Giovanna Grassi