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La mia sfida è la commedia
Intervista a Colin Firth protagonista del film “L’importanza di chiamarsi Ernest” al cinema
Arcobaleno
Febbraio 2003.
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Ha appena finito di girare "La ragazza con l’orecchino di perla", diretto da Peter Webber e tratto dall’omonimo romanzo di Tracy Chevalier, con l’attrice Scarlett Johansson ("L’uomo che non c’era" dei fratelli Cohen). E sta per iniziare le riprese di "Trauma", thriller ispirato al reality show ‘Grande fratello’ in cui un voyeur paga dei giovani per vederli morire. "E’ un film forte" spiega Colin Firth, protagonista di pellicole di successo come Il diario di Bridget Jones, Shakespeare in love, Il paziente inglese e Valmont -. In futuro mi piacerebbe recitare in un film drammatico, vorrei interpretare un ruolo dal risvolto psicologico complesso. In passato sono stato chiuso in ruoli repressi e me ne voglio liberare".
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All’inizio della sua carriera lei ha interpretato il ruolo del cattivo e poi è passato ai ruoli da buono: come spiega questa inversione di tendenza?
"E’ stata una sorpresa. Ai giovani attori normalmente vengono affidati i ruoli eroici, che poi sono quelli più noiosi, mentre agli attori più grandi offrono ruoli più interessanti: il cattivo, il paranoico ecc. A me è successo il contrario".
L’importanza di chiamarsi Ernest è la sua seconda esperienza sul set con Rupert Everett. Com’è andata, tra voi c’è ancora ruggine?
"Io e Rupert abbiamo recitato insieme vent’anni fa in 'Another country' dove interpretavamo il ruolo dei carissimi amici. In realtà ci odiavamo. Il calcolo dell’alchimia è difficile sul set, spesso il tuo collega ti piace ma tra te e lui non c’è alchimia, oppure succede il contrario. E’ una cosa imprevedibile. Quando ho rincontrato Rupert dopo tutti questi anni ho capito che la nostra storia sarebbe stata determinante ai fini della performance".
Perché vi odiavate?
"Lui mi ha trovato molto Ernest, cioè onesto, noioso, serio e senza ironia. Rupert invece non è così, per me è spaventosamente sofisticato. All’epoca di Another country lui era molto più esperto di me e fuori dal set la nostra alchimia non ha funzionato. Stavolta sì".
Dopo vent’anni lei è diventato un po’ più sofisticato e Rupert più serio?
"Diciamo che io ho imparato a fingere di esserlo laddove la situazione lo richiede, mentre Rupert è solo più tollerante".
Com’è stato portare sullo schermo Oscar Wilde e insieme dividere il set con Judi Dench?
"Credo di essere l’unico inglese che non ha mai fatto Oscar Wilde, e sottolineo unico inglese non unico attore, perché tutti hanno recitato Oscar Wilde a scuola. Al cinema la commedia di Wilde perde molto, ma acquista cose che a teatro sarebbero impossibili. Al cinema non c’è la formalità del palco, c’è maggior spontaneità. Judi Dench? E’ la seconda volta che lavoro con lei dopo Shakespeare in love ed è meraviglioso. Mi fa sentire uno sfigato pieno di paure".
Lei ha recitato accanto a Zwelleger, Paltrow e Witherspoon: su chi punterebbe in futuro?
!Sono stato un attore fortunato, ma è difficile scegliere e pericoloso fare previsioni. Quella che si distingue maggiormente per me è Scarlett Johansson".
A quali attori si è ispirato all’inizio della sua carriera?
"Avevo tredici anni quando vidi una performance che ha cambiato l’idea che mi ero fatto della recitazione. Attori come Spencer Tracy e Robert Duvall fanno emerge la totale verità dalle loro performance. Io vorrei raggiungere la loro espressività e la loro complessità interiore".
Può parlarci della sua tecnica recitativa?
"Io non ho un metodo, so solo che la commedia leggera tecnicamente è più difficile dei film drammatici. Per questo non voglio smettere con la commedia, ed è per questo motivo che Hugh Grant e Rupert Everett sono sottovalutati rispetto a ciò che fanno. Rupert segue la sua assoluta spontaneità, Hugh è così puntiglioso che se si accorge che una sua battuta arriva in leggero ritardo, ciak, la ripete. Io mi impegno molto perché per me la commedia è una sfida continua".
Preferisce recitare sul set o in teatro?
"Considero il teatro più facile e divertente. Ci sono le prove, che sul set non si fanno. E’ difficile fare cose impegnative senza prove. In teatro c’è il pubblico, l’azione si svolge in sequenza: esci dalla quinta e sei sul palco, forte di sei settimane di prove e hai il controllo di tutto. Nel cinema c’è più finzione. Un esempio? Alle nove uccido mia moglie, alle dieci la sposo, alle 12 facciamo sesso e poi c’è la pausa pranzo. Si riprende con un inseguimento della polizia e una scena viene cancellata perché piove. Senza considerare che nel cinema sei nelle mani del regista, se lui è bravo lo sei anche tu. Altrimenti è il contrario. Il compositore della musica mette i suoi pensieri nella tua testa. La musica è triste? Lo sono anch’io. Quando la macchina da presa è in funzione non puoi fingere, ti legge negli occhi".
Come si comportano gli uomini nella commedia ce l’ha detto, e le donne?
"Non c’è differenza tra uomini e donne. Alcuni sono nevrotici, altri no. Judi Dench ha il training del teatro che le dona una straordinaria sicurezza, quando è sul set ottiene il massimo rispetto e reverenza. E’ una birbona, scherza sempre e fa battute spiritose. Renée è impressionante perché, pur essendo un’attrice americana famosa, sul set è una santa: mai un’arrabbiatura, un capriccio, un fastidio. Le prime tre settimane di riprese de Il diario di Bridget Jones sono state effettuate in notturna, e tutti sanno quanto sia antipatico per noi attori cominciare a girare alle cinque del mattino. Ebbene, lei era sempre sorridente e disciplinata. I nomi dei peggiori non li voglio fare, stavano sempre a lamentarsi".
A proposito del Diario di Bridget Jones 2: lei conferma le voci che danno come protagonista George Clooney nel suo ex ruolo?
"C’è uno script che porta il nome di George Clooney, ma non è detto che poi venga realizzato. Ha ragione Hugh Grant quando dice che non è certo che si farà il seguito di Bridget Jones".
Lei parla molto bene l’italiano: che rapporti ha col nostro paese e con quale regista italiano le piacerebbe lavorare?
"Mia moglie è romana, si chiama Livia e parla sempre in perfetto inglese. L’italiano? L’ho imparato da solo. Io e Livia usiamo l’italiano come una lingua segreta, da usare quando non vogliamo farci capire dagli altri. La mia casa è a Londra, e lì che ho incontrato Muccino: il suo cinema mi interessa molto, ho visto tutti i suoi film compreso L’ultimo bacio. Mi è piaciuto molto".
Alessandra Miccinesi
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