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Everett contro Firth: quale dei due sarà Ernest?
Da domani nelle sale la commedia tratta da Oscar Wilde. Storia esilarante di amori, segreti, equivoci e bugie
L'attore di "Bridget Jones" racconta la sua esperienza sul set col collega-rivale: "Quando ci conoscemmo fu subito odio..."
La Repubblica, Italia
06/02/03.
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ROMA - Due icone del cinema inglese: uno è Rupert Everett, specialista in ruoli brillanti stile Matrimonio del mio migliore amico; l'altro è Colin Firth, già fanatico calcistico di Febbre a novanta ed eroe positivo di Bridget Jones. A riunirli è il regista britannico Oliver Parker, che, dopo aver girato Un marito ideale, riporta Oscar Wilde sul grande schermo adattando, questa volta, L'importanza di chiamarsi Ernest (dal 7 febbraio nelle sale). Storia ad alto tasso di divertimento su amori, segreti, bugie e piccoli tradimenti che ruota, appunto, attorno al nome proprio del titolo. Conteso aspramente tra i due protagonisti, in una serie di duelli verbali che fanno scintille: "Tra me e Rupert - spiega oggi Firth, alla presentazione italiana del film - sul grande schermo c'è molta 'chimica'. E dire che vent'anni fa, quando ci incontrammo su un altro set (per Another country, ndr), fu odio a prima vista...".
Insomma, un'antipatia viscerale: "Lui mi giudicò troppo serio e noioso, io lo trovai spaventosamente sofisticato. Ma quando l'ho riincontrato per Ernest ho visto altre cose: è un uomo spontaneo, imprevedibile, divertente". Pace fatta, dunque, nel segno del nume tutelare della letteratura e del teatro inglese, Oscar Wilde, autore di questo divertissment che mantiene intatta, ai giorni nostri, la sua arguzia e la sua energia.
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E vediamo allora la storia. I protagonisti sono due amici: uno è Jack (Firth), pacato gentiluomo di campagna, tutore di una graziosissima diciottenne, Cecily (la diva americana emergente Reese Whiterspoon), che per concedersi giornate più movimentate a Londra si spaccia per il suo (immaginario) fratello, Ernest. E che si innamora di Gwendolen, giovane donna di buona famiglia sorvegliata a vista dalla madre, lady Bracknell (Judi Dench, monumento vivente del teatro inglese). L'altro è il cugino di Gwendolen, Algy (Everett), oberato dai debiti, che per conquistare Cecily finge anche lui di essere Ernest. Da qui una disputa tra i due uomini, con finale positivo ma beffardo, in cui Wilde mostra come a volte l'apparenza (il nome di battesimo, in questo caso) possa cambiare il destino delle persone.
Insomma, un'ora e mezza all'insegna del buonumore. Anche se, per un suddito di Sua maestà come Colin Firth, la sfida è difficile, visto il misurarsi con un mostro sacro. "Finora non avevo mai recitato Wilde - racconta oggi l'attore - credo di essere l'unico inglese a non averlo mai fatto. Non solo tra gli attori: perfino gli impiegati di banca lo hanno portato in palcoscenico almeno una volta. Rupert lo aveva già interpretato. Per non parlare di Judi Dench, che ha incarnato in teatro lo stesso personaggio del film".
Ma adesso Firth l'esame l'ha passato. Confermando la sua vocazione alla commedia, a consolidando una notorietà internazionale esplosa grazie a Bridget Jones. E se l'attore dice di non essere ancora certo che ci sarà un seguito sulla single più famosa del Pianeta, si dice invece convinto di voler tornare a ruoli più drammatici. A cominciare dalla pellicola che ha appena terminato di girare: "Si chiama La ragazza con l'orecchino di perla - racconta - ed è tratta dall'omonimo romanzo. Io interpreto il protagonista maschile, il pittore fiammingo Vermeer". E il sogno nel cassetto? "Girare con Gabriele Muccino".
Claudia Morgoglione
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