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Incontro con Colin Firth
In occasione dell'uscita del film "L'importanza di chiamarsi Ernest", l'attore inglese ci racconta la sua esperienza.
35mm
Febbraio 2003
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Sembra proprio che la coppia comica Everett-Firth funzioni alla perfezione.
COLIN FIRTH: E' difficile calcolare preventivamente quella che sarà l'alchimia che si formerà sul set fra due attori. Magari nella vita sei molto amico di una persona e sul set non funziona: venticinque anni fa ho lavorato al mio primo film accanto a lui e impersonavamo due amici carissimi nonostante ci odiassimo.
In questa nuova avventura il nostro passato ha inciso molto. Ho attinto assai dalla sua imprevedibilità e spontaneità...
Perché vi odiavate?
COLIN FIRTH: Mi trovava troppo 'Onesto'!!! Pensava fossi eccessivamente serio, privo di ironia, quasi borioso, tutto il contrario di lui. Non riuscivamo proprio a prenderci, ma questa è una storia
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che non avrei mai rivelato al pubblico se non l'avesse già fatto lui durante la promozione del film in America. Il fatto è risultato divertente, quindi...
Ma adesso lei è molto più sofisticato di una volta?
COLIN FIRTH: Fingo di esserlo quando le esigenze lo richiedono. Ora Rupert non è più serio, ma solo più tollerante.
Dopo molte commedie, ora vuole cambiare genere?
COLIN FIRTH: Devo dire di non avere preferenze, è semplicemente capitato che, fino ad ora, mi abbiano richiesto questi ruoli. Tuttavia, in questo momento sono assai più interessato al dramma. Ho infatti terminato le riprese di un film dove non c'è nemmeno un pizzico di humour e sto per interpretare un dramma psicologico che mi permetterà di esprimere una gamma di emozioni assai più ampia rispetto ad una commedia.
La sua carriera quindi è in evoluzione continua?
COLIN FIRTH: Direi, anche se in genere da giovane ti affibbiano ruoli noiosi come quelli degli eroi, man mano che vai avanti riesci a fare qualcosa di più interessante come il cattivo, l'eccentrico, il paranoico. A me è accaduto il perfetto opposto: dal Marc Darcy televisivo, e già ero sulla trentina, ho sempre fatto il buono. Ora ci vorrebbe una vacanza per tornare al paranoico!
Eppure lei sembra tagliato perfettamente per le commedie. Perché vuole abbandonarle?
COLIN FIRTH: Non è che io abbia una tecnica specifica, ma sono comunque convinto che sia più difficile interpretare una commedia piuttosto che un ruolo drammatico. Proprio per questo attori come Rupert o Hugh Grant sono sottovalutati rispetto alle loro vere capacità tecniche. Rupert ha il dono della spontaneità, mentre Hugh è puntigliosissimo. Ogni volta che gira una scena va immediatamente a rivedersi sul monitor e se i tempi sono sbagliati anche di mezzo secondo, vuole rifarla fino al raggiungimento della perfezione. Il fatto che siano premiati sempre quelli che interpretano ruoli drammatici, paradossalmente dimostra di come sia più semplice interpretare quei ruoli.
Avete girato il film in ordine cronologico?
COLIN FIRTH: No, non accade mai in nessun film... magari, ma credo che sia proprio impossibile!
Aveva mai interpretato Oscar Wilde?
COLIN FIRTH: Credo di essere l'unico inglese a non averlo mai fatto e non parlo di attori, ma di persone qualsiasi, perché, in Inghilterra, anche uno che lavora in banca una volta nella vita ha interpretato Wilde.
E come è stato?
COLIN FIRTH: Il cinema è assai diverso dal teatro: molto toglie e molto aggiunge. Non c'è il palcoscenico che ti limita, puoi parlare con voce più bassa e assumere espressioni più sottili, la qual cosa è assai interessante, anche se non ho mai avuto la possibilità di fare un paragone al contrario di Rupert che ha recitato Wilde anche in francese o di Judi Dench, che a teatro interpretava sempre Lady Bracknell.
Ma lei cosa preferisce?
COLIN FIRTH: Amo entrambi e ritengo il teatro più facile e divertente: ci sono le prove, che invece mancano al cinema e questo non è poco; è presente il pubblico e si recita nel corretto ordine cronologico. Al cinema è tutto più finto: alle 9 devo uccidere mia moglie, alle 10 me la sposo e a mezzogiorno ci faccio l'amore. Se piove, si cancella la scena. A teatro non è così, si ha il controllo di tutto: si prova per sei settimane e poi si va in scena. Al cinema sei nelle mani del regista: se è bravo lui lo sei anche tu, ma se lui non è bravo, sono guai e così per il compositore delle musiche, per il montatore... ci sono troppe cose fuori controllo. Trattasi di due discipline completamente differenti.
E di tutte le bellissime, giovani attrici con le quali ha lavorato, su quale punterebbe per il futuro?
COLIN FIRTH: Sono stato assai fortunate a condividere le mie esperienze con tutte loro, ma è molto difficile dare una risposta ed è anche rischioso fare pronostici. E' parecchio tempo che non ho a che fare con attrici non americane, ma se dovessi fare un nome, direi sicuramente Scarlett Johansson.
Ma il sesso femminile è più facilmente gestibile rispetto agli uomini sul set?
COLIN FIRTH: Non c'è grossa differenza, anche gli uomini sono nevrotici a volte. Judi Dench è molto sicura di se e quando è sul set c'è enorme rispetto nei suoi confronti, ma alla fine è lei la più burlona: fa scherzi, ride in continuazione. A volte risulta difficile lavorare.
Renée, nonostante sia una star, si comporta come se non lo fosse, è tutt'altro che capricciosa, sembra quasi una santa. Le riprese di "Bridget Jones" sono iniziate con tre settimane in notturna, la qual cosa non mette certamente di buon umore. Tutti erano infastiditi tranne lei che alle 5 di mattina aveva ancora il sorriso sulla bocca, disciplinata e vogliosa di lavorare.
E' vero che nel secondo "Bridget Jones" lei interpreterà sempre Marc Darcy e George Clooney farà Colin Firth che viene intervistato dalla ragazza?
COLIN FIRTH: Beh, nel libro lei mi fa un'intervista ed è ovvio che io non posso interpretare me stesso. E' anche vero che è stato scritto qualcosa che prevede Clooney, ma è anche possibile che quel film non si farà mai.
Ma in caso che si facesse le piacerebbe che la interpretasse?
COLIN FIRTH: Direi che Clooney è perfetto!!!
Invece se parliamo del passato, a chi si ispira?
COLIN FIRTH: Quando ero molto giovane non credevo che una performance dietro una macchina da presa fosse in grado di trasmettere qualcosa che proviene dal di dentro di chi recita. Poi mi sono imbattuto in Paul Scofield, che è stato capace di farmi leggere i suoi pensieri. Nonostante il cinema sia assoluta finzione, dalla sua recitazione veniva fuori una verità totale. Una verità che ho riscontrato anche in altri grandi come Spencer Tracy o Robert Duvall, entrambi capaci di dimostrare il loro io interiore. Apprezzo molto di più questo che quelli che si mascherano o utilizzano una particolare camminata per attirare su di se l'attenzione.
Flavio Della Rocca
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