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by Anto




 


L'importanza di essere Wilde




Primissima, Italia
7/02/2003


Colin Firth è a Roma per presentare "L'importanza di chiamarsi Ernest". L'attore britannico alle prese con il classico di Oscar Wilde, diretto da Oliver Parker, in compagnia di Rupert Everett e Judi Dench, conferma il suo irresistibile fascino da uomo comune e misurato, adattissimo alla commedia, sofisticata e no.

Con Rupert Everett formate una coppia comica perfetta, da commedia anni Quaranta. A cosa si deve questa solida intesa?

"Al fatto che non ci sopportiamo reciprocamente, suppongo. E' sempre difficile dire cosa faccia scattare l'intesa in scena con un attore, a volte può anche tornare utile un'incompatibilità caratteriale. Con Rupert ci siamo conosciuti più di venti anni fa su un set, lui mi trovava maledettamente 'ernest' ovvero: onesto, serio, privo di senso dell'umorismo e noioso. E io trovavo lui troppo sofisticato. Oggi le cose sono un po' cambiate, questo film ci ha avvicinati, anzi abbiamo imparato a sfruttare artisticamente il pregiudizo reciproco".

Oggi forse lei, complice fama e successo, è diventato un po' meno "ernest", mentre Everett un po' più serio, o no?

"Negli anni ho imparato a fingermi più sofisticato quando serve, questo sì. Mentre Rupert è sempre lo stesso, forse un po' più tollerante, con la vecchiaia si cambia, ci si ammorbidisce!"

Lei ha iniziato la sua carriera nei panni del villain, del cattivo di turno. Ma la fama vera è arrivata con ruoli comici. Come se lo spiega?

"E' un mistero. Di solito accade il contrario: quando sei giovane ti propongono ruoli da primo attore, da eroe senza macchia, da protagonista di commedie brillanti, ruoli non molto elaborati da un punto di vista psicologico. Mentre a me è accaduto il contrario. Oggi come oggi non vedo l'ora di dedicarmi di nuovo ai ruoli drammatici e infatti ho in cantiere due film non comici: "La ragazza dall'orecchino di perla", tratto dall'omonimo libro su Vermeer e "Trauma", un thriller".

Peccato. Per quanto le possa non far piacere fare commedie a raffica, lei è molto bravo in questi ruoli, la sua recitazione non è mai eccessiva, fatta di pochi gesti calibratissimi, mai ad effetto, insomma perfetta per i ruoli brillanti...

"Grazie. Ma intepretare commedie è molto più difficile che intepretare la parte del cattivo o del pazzoide. Io non ho detto che non voglio fare più commedie, solo che mi piacerebbe prendermi una vacanza... . Recitare personaggi drammatici è immensamente più facile: piangere, gridare, darsi un gran da fare con i sentimenti forti è una passeggiata, senza contare che così facendo rischi pure di vincere l'Oscar!"

Pensa che anche i suoi colleghi prestati spesso alla commedia, penso per esempio a Hugh Grant, condividerebbero il suo parere?

"Anche Hugh farebbe bene a prendersi una vacanza dai suoi personaggi visto che è un maniaco perfezionista, in scena calcola il tempo che serve alla sua battuta, poi corre al monitor a controllare che corrisponda alla scena e se è più lungo anche di un solo secondo pretende che si rigiri la scena!"

E Everett, anche lui è un perfezionista?

"No è un istintivo, beato lui".

Mentre Judi Dench ed Everett non sono nuovi ai ruoli wildiani al cinema, lei è la prima volta che si cimenta con il divino Oscar, che effetto le ha fatto?

"Io posso dire di essere uno dei pochi inglesi a non aver mai recitato Oscar Wild prima di questo film. Non uno dei pochi attori, ma proprio uno dei pochi inglesi perché anche a chi lavora in banca, è capitato di portare sulla scena una pièce di Wilde. Comunque trovo che il cinema ti dia più libertà di affrontare certi testi ,ma in un altro senso ti limiti. Il cinema e teatro sono due ambiti di lavoro completamente diversi tra loro".

E lei quale preferisce?

"Il teatro è più adatto a un attore, il teatro è il nostro territorio, dove abbiamo completa padronanza della situazione, mentre con il cinema sei in balia del regista, delle meccaniche di set: alle tre devi uccidere tua moglie, alle quattro devi sposarla, alle sette fare sesso, il giorno dopo scappare inseguito dalla polizia per poi finire col rigirare la scena perché piove. Non si gira seguendo un criterio cronologico e questo spesso crea problemi ad un attore anche perché davanti alla macchina da presa puoi far tutto tranne che mentire, lei ti smaschera".

A proposito di teatro, lei e Judi Dench non è la prima volta che lavorate insieme...

"No, infatti. Siamo già stati compagni di set per "Shakespeare in Love" e la situazione scenica è sempre la stessa: io sono un povero sfigato che dipende totalmente dal suo volere e pende dalle sue labbra. La Dench è un'attrice, ma anche una donna straordinaria. Tutti la venerano, lei si porta inevitabilmente dietro, ogni volta che entra in scena, il peso del suo magistero artistico, ingenera negli altri un grande rispetto, ma poi scopri che è una vera malandrina, organizza scherzi e scherzetti terribili, si diverte e prende in giro tutti, soprattutto i più rispettosi nei suoi confronti".

Lei ultimamente ha lavorato spesso con attrici americane, che ne pensa delle sue colleghe hollywoodiane?

"Io ho sposato un'italiana, dunque è chiaro che non sono un fanatico del fascino femminile anglosassone! Scherzo. Sono tutte molto brave e preparate. Renèe Zellweger ad esempio è una ragazza molto professionale e per nulla diva capricciosa, anzi".

A proposito di Bridget Jones, è vero che non ci sarà un seguito? E abbiamo anche letto che qualora ci fosse George Clooney farà un cammeo in cui interpreta Colin Firth, mentre il vero Colin Firth sarà sempre Mister Darcy, è vero?

"Non è detto che ci sia Bridget Jones 2, ci sono attulamente dei problemi ad andare avanti con questo progetto. Per quanto riguarda Clooney e me, non c'è niente di strano, nel libro c'è un capitolo in cui appaio nei miei panni per un'intervista e dunque non potevo essere io a interpretarlo visto che sono già nel film. E' stato segnalato Clooney in una sceneggiatura, ma non è detto che accetti."

Colin Firth chi vedrebbe bene nei panni di Colin Firth?

"A me George Clooney sta benissimo, non vedo come potrei lamentarmene... "

Da Hollywood mandano le dive a girare film in Inghilterra, mentre gli inglesi li spediscono a Hollywood quando serve un cattivo, lei come se lo spiega?

"Lei pensa che questo commercio sia collegato e magari proporzionale? Non ci ho mai pensato in questi termini. Credo che l'accento inglese sia legato in America a un'idea di esotico, passato, vagamente antiquato, e dunque adatto ai cattivi raffinati del cinema come Ian Hart o Ralph Fiennes. Credo sia una convenzione".

Probabile che dopo la guerra questa convenzione cambi un po'...

"Dopo la guerra tutto probabilmente sarà diverso. Ma noi un 'cattivo' lo abbiamo già mandato in America: è Tony Blair!"



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