Firthissimo - Articoli

by Anto e Vava


  Ringraziamo Val per averci fornito questo articolo

Un perfetto gentiluomo


E' stato l'orgoglioso Mr Darcy di Jane Austen per la BBC. Poi l'eroe che si innamora di Bridget Jones. Colto e sofisticato, ha una moglie italiana, ama Sciascia e tifa Roma.


Elle, Italia
Settembre 2001




           Quando il grande pubblico inglese pensa a lui, lo immagina mentre emerge da un tuffo in uno stagno, camicia bianca e bagnata incollata sul petto, stillante acqua ed erotismo. Ne "Il Diario di Bridget Jones", Colin Firth, sul petto indossa un pullover con sopra il muso di un alce: un alce. C'è da chiedersi se, nel passaggio, non ci siamo perduti qualcosa. La risposta è sì e si chiama Darcy. Darcy come "il signor Darcy", l'affascinante protagonista di "Orgoglio e Pregiudizio", nei cui panni Colin Firth ha stregato l'Inghilterra in un fortunatissimo adattamento televisivo del 1995 del romanzo di Jane Austen. E Darcy come Mark Darcy, moderno principe azzurro de" Il Diario di Bridget Jones", che Helen Fielding, autrice del libro, ha creato sul modello del Darcy immortalato da Firth e che lo stesso attore interpreta nella versione cinematografica del romanzo.

Il fascino dell'attore è evidente, ma la sua grande notorietà in patria, legata com'è a quell' "Orgoglio e Pregiudizio" della BBC che in Italia non si è mai visto, da noi si può soltanto raccontare.E a farlo ci aiuta lo stesso Firth, in una lunga chiacchierata con "Elle", che si rivela piacevolissima perchè l'attore parla con affabilità, è un ottimo ascoltatore e non c'è argomento che non stuzzichi una sua genuina curiosità intellettuale. E sorprendentemente, dopo che fiumi di parole sono stati scritti sulla "darcymania" e centinaia di giornalisti lo hanno interrogato su quella sua celebre interpretazione, lui del "suo" Darcy ha ancora voglia di parlare. E lo fa con la freschezza della prima scoperta, di quando si accorse che dentro quel gentiluomo in calze di seta e colli infiocchettati si nascondeva "un'anima tormentata", e di come fosse sexy quell'uomo dal comportamento apparentemente così arrogante. "E lo vedo io che sono un uomo", dice e forse, con disarmante semplicità, ha svelato il segreto, se segreto esiste, di quel successo.

Cinque anni fa non gli costò troppa fatica convincere della sua scoperta milioni di inglesi, la cui infatuazione per lui assunse proporzioni da fenomeno di massa: la camicia bianca venduta all'asta per una cifra ragguardevole fu solo una delle molte manifestazioni della "darcymania". E Colin Firth, la cui carriera fino a quel momento era stata un solido susseguirsi di buoni ruoli - dall'esordio teatrale nel 1983 in "Another Country", alla versione cinematografica dello stesso, alla parte di protagonista in "Valmont" di Milos Forman - divenne in un baleno una star. Al punto da entrare nelle pagine di un romanzo. "Adoro l'Inghilterra così darcydipendente" scrive Bridget Jones/ Helen Fielding nel suo Diario, la sera di una domenica di ottobre, qualche minuto prima delle nove, quando metà dei televisori del Paese stavano per accendersi su una nuova puntata dello sceneggiato.

"E' un immenso complimento", ha detto recentemente Firth dell'essere diventato un punto di riferimento della cultura popolare. Eppure, mentre ancora il suo intenso sguardo scuro indugiava in tanti sogni ad occhi aperti, Firth se ne andò in Tunisia a vestire i panni di Jeffrey Clifton ne "Il Paziente Inglese", "il sesto personaggio in un dramma di cinque", come dichiarò lui qualche tempo dopo. Nel 1996 prese le sembianze un po' arruffate di Paul, insegnante di scuola e sfegatato tifoso di calcio in "Febbre a 90°". La scorsa primavera è apparso nel ruolo di Wilhelm Stuckart, segretario di Stato nazista e uno dei responsabili della "soluzione finale" per lo sterminio degli ebrei nel film televisivo "Conspiracy" che ricostruisce l'infausta riunione dei vertici nazisti a Wannsee.

"Chi mi ha amato come Darcy non voleva vedermi come Paul", riconosce Firth. Il fatto è, spiega, che i ruoli da bello non gli sono mai piaciuti molto. Non per spirito di contraddizione e tra l'altro proprio quando la rivista americana "People" lo inserisce nella classifica dei "50 più belli del mondo". Forse perchè è nato sotto il segno della Vergine e gli piace mettersi alla prova, esplorare sempre nuove possibilità espressive, insomma rendersi la vita un pochino più difficile. "E' nei ruoli di personaggi non avvenenti che mi sono sempre sentito più a mio agio".

La sua predilezione per individui dall'identità "fratturata", per usare una sua definizione, ha in parte radici autobiografiche. Figlio di universitari - la madre professoressa di storia comparata delle religioni, il padre storico - e nipote di missionari in India, Firth ha sempre descritto l'ambiente familiare in cui è cresciuto come intellettualmente stimolante ed affettivamente ricco, ma un po' fuori dalla norma. "Da bambini ci erano negate le essenziali volgarità della vita", racconta l'attore. "Per esempio, a me e ai miei fratelli, quando eravamo piccoli, era proibita la televisione". Ha vissuto per un anno in Nigeria. A scuola non era un granchè come studente. E quando suo padre accettò un incarico di insegnamento negli Stati Uniti, dovette misurarsi a dodici anni, praticamente ancora in calzoni corti, con una classe di ben più smaliziati ragazzini di St. Louis, solo per ritrovarsi poi, al rientro in Inghilterra, nel clima militaresco di una rigida scuola di Winchester.

Un'esperienza della diversità che col tempo si è anche tradotta in un prezioso strumento di lavoro. "Come ci si deve sentire ad essere una persona di quel tipo?", si chiede l'attore quando un gesto o un certo modo di parlare lo colpiscono particolarmente. "Faccio piccoli schizzi mentali, rubo questo o quel gesto, e mi dico che forse un giorno, se se ne presenta l'occasione, sarò in grado di utilizzarli. Ma non è una copia", avverte, "l'originale non si deve mai riconoscere: è piuttosto un'appropriazione". Racconta di avere seguito le elezioni presidenziali americane e di avere osservato gli atteggiamenti ed il gesticolare dei candidati durante le riprese di "Conspiracy". Se gli piacciono i disadattati ed anche gli scontenti, i cattivi e gli antipatici - in "Shakespeare in Love" era Wessex, l'odioso promesso sposo di Gwyneth Paltrow - è perchè trova i ruoli di caratterista più interessanti, meglio delineati. Nonostante il fisico da primattore, si definisce un caratterista, ma si affretta a precisare : "Quando si dice caratterista, la gente pensa al tipo basso, grasso e con le orecchie a sventola". Ne "Il Paziente Inglese" invece, era il suo intelligente lavoro ai margini della vicenda principale a dare dignitosa credibilità al dolore sordo di un marito tradito; la sua avvenenza, in quel ruolo, serviva semmai a rendere meno ovvia la scelta adulterina della Katharine di Kristin Scott-Thomas. "L'handicappato, lo psicopatico pluriomicida sono un sogno per un attore, perchè sono così specifici", continua. Parla con la modestia di chi prende terribilmente sul serio il proprio lavoro ed un po' meno se stesso. "Fare il bello, che se ne sta lì con le mani in tasca e lo sguardo misterioso, è tutt'altro che facile". Per interpretare Paul, insegnante amato dagli studenti perchè allena la squadra di calcio della scuola e parla più volentieri dell'Arsenal che dei poeti inglesi, si è immerso nel mondo della tifoseria calcistica al punto da sentirsi ancora oggi "uno di famiglia" tra i fan della squadra londinese. "Il calcio mi piaceva anche prima, ma solo frequentando quei tifosi ho capito come la passione per il pallone possa raggiungere proporzioni shakespeariane.

"Quando sono in Italia, sono romanista". Una doppia fede calcistica che è perdonabile con la doppia cittadinanza quanto meno sentimentale di Colin Firth, che da cinque anni è sposato con Livia Giuggioli, una documentarista italiana, e che da pochi mesi è padre di Luca. Un bambino nato in Italia:" E tutto sommato era giusto che fosse così", osserva, "ma che crescerà in inghilterra. A pensarci bene, non ho mai cresciuto un figlio in Inghilterra", dice l'attore, il cui primo figlio, William, oggi undicenne, vive con la madre Meg Tilly, a Los Angeles. E' possibilista, come chi anni fa non pensava nemmeno che avrebbe voluto figli e guardava alla paternità come ad una resa su tutta la linea, "una morte da eccesso di comfort", pipa e pantofole. Un cliché, ammette oggi, per un'esperienza che invece ha portato "il più profondo cambiamento nella mia vita".

"Quel che conosco del sistema scolastico italiano, per esempio, mi piace". Dell'Italia evidentemente gli piace più di una cosa. La lingua, che ha studiato intensamente per sei mesi. "Adesso mi sono un po' fermato, i condizionali mi danno ancora del filo da torcere, però riesco sempre a salvarmi con qualche parola in romanesco". Da come arrota la erre e pronuncia le vocali senza sbavature anglosassoni, l'accento è ottimo. E poi la letteratura, che per lui è stata una scoperta. "Non credo", dice "che la maggior parte degli inglesi mediamente colti, me compreso fino a qualche tempo fa, sia in grado di elencare cinque autori italiani". Lui ne ha letti alcuni, una scelta di scrittori siciliani, all'Istituto di Cultura italiana di Londra, lo scorso novembre. La moglie aveva preso il titolo del suo documentario su Giuseppe Tornatore "Un sogno sognato in Sicilia", dal "Candido" di Sciascia. "Mi sono innamorato di Sciascia", dice Firth, che nella sua lettura ha incluso anche Bufalino e Tomasi di Lampedusa."Il discorso del Gattopardo sul sonno e l'oblio della gente, l'atavico desiderio di morte dei siciliani che forse si nasconde dietro tanti accoltellamenti ed uccisioni, mi ha dato i brividi la prima volta che l'ho letto".

Dalla passione con cui parla di libri si capisce che il suggerimento che gli diede anni fa un insegnante di recitazione, di andare a trovare ispirazione nelle gallerie, visitando musei e nella lettura, ha attecchito. Riconosce anche che quello che lui ritiene "divertimento", per molta gente è una noia mortale. Scrive per hobby, da anni. Ma una di quelle storie che abitualmente tiene nel cassetto o tutt'al più scambia con gli amici, è diventata uno dei racconti della raccolta "Le Parole per dirlo" che lo scrittore ed amico Nick Hornby ha recentemente curato. "Scrivere e recitare non sono poi così diversi", dice. "In entrambi i casi si tratta comunque di raccontare una storia". Se per raccontare le sue Firth ha scelto la fisicità dei gesti, non si nasconde però quanto l'immediatezza del contatto col pubblico renda talvolta vulnerabili. "Questo non è un mestiere per chi non ha la scorza un po' dura", dice. "Ci si sente molto esposti davanti a tutte quelle telecamere": commenta così l'esperienza delle molte interviste con le reti televisive americane per il lancio de "Il Diario di Bridget Jones". "Singolare affermazione per un attore", aggiunge. Ma erano forse le domande un po' troppo personali ed il gusto a volte discutibile della formula di quelle interviste a rendergliele, per usare la sua definizione, "detestabili". "Divo riluttante", lo ha chiamato una giornalista americana, sottolineando un'ambivalenza nei confronti del mestiere di attore che lo stesso Firth riconosce da tempo. "Non voglio essere troppo famoso", dice, "però essere ammirato mi fa molto piacere".


           E per chi lo ammira, il suo ritorno come Darcy dei nostri giorni, Mark Darcy, non poteva essere più gradito, un po' come la sensazione che si prova, riaddormentandosi, a riprendere il filo di un bel sogno interrotto. "Certo, essere un personaggio immaginario è un handicap non trascurabile", lamentava Bridget Jones del "primo" Darcy. Ed invece ecco comparire nella sua vita un uomo che, incredibilmente, ha le sue stesse fattezze, solo più "aggiornate", il fisico più asciutto, i basettoni accorciati, ma "ancora migliorabili", secondo Bridget. Un po' distaccato sulle prime, decisamente diverso dagli altri ed inizialmente frainteso dalla protagonista della storia, è un vero eroe da romanzo nel bel mezzo di una commedia romantica di oggi, che dice "fucking" e resta comunque un signore. Si deve essere divertito anche lui, Colin Firth, ad accompagnare il suo personaggio tra di noi. Bentornato, signor Darcy, eravamo in molte ad aspettarla.

Ilaria Dagnini Brey

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