Firthissimo - Articoli |
by Basty |
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E’ per questo che un film fatto benissimo come Il discorso del re oggi ci commuove (e non solo per la storia, che fa parte della Storia, comunque degna di lacrimoni) per come il duca di York, afflitto da una terribile balbuzie, proprio negli anniin cui l’avvento della radio spinse anche i reali a sottomettersi alla comunicazione di massa, costretto contro la sua volontà a salire sul trono d’inghilterra col nome di Giorgio VI, riuscì almeno in parte a vincere la sua minorazione e a diventare un monarca rispettato e amato. Siamo oggi tutti contenti del prossimo matrimonio del principe William con la sua bella ragazza Kate, dopo qualche decennio di scandalosi eventi nella famiglia Windsor, a cominciare dagli amori negli anni ’50 della principessa Margaret. Allora era impossibile che un re sposasse una pluridivorziata, per di più di pessima fama. Ma per poterlo fare, a pochi mesi dall’incoronazione, Edoardo VIII (Guy Pearce) preferì al trono la sua amatissima e brutta Wallis Simpson costringendo il fratello balbuziente a farsi re: di una nazione impoverita, con l’Europa in preda ai fascismi e alla vigilia della Seconda Guerra mondiale. C’è una scena chiave nel film, quando Giorgio VI con la moglie Elizabeth e le due bambine guardano il filmato della solenne incoronazione nel dicembre del 1936, cui segue uno spezzone dove Hitler sbraita uno dei suoi minacciosi discorsi: Margaret chiede al padre cosa dica quel forsennato e lui risponde «non lo so, ma lo dice bene». Un meraviglioso Colin Firth (ha già vinto il Golden Globe ed è superfavorito agli Oscar) è il re riluttante, malinconico, impaurito, eppure pieno di dignità se non di alterigia, e capace di scoppi d’ira impotente. La sua balbuzie è curata dai medici di corte con biglie in bocca e con le sigarette (morirà nel 1952, a 57 anni, di cancro ai polmoni). Dopo un disastroso e incompiuto discorso allo stadio di Wembley nel 1926, l’intelligente, innamorata moglie Elizabeth (Helena Bonham Carter, bella e brava), diventata poi la centenaria e molto influente Regina dai cappellini colorati, lo porta in una sordida strada di Londra nello studio di un attore fallito australiano inventatosi logopedista: è l’ultimo tentativo, come se andassero a Lourdes. Inizia un formidabile duetto-duello tra il rigido membro della famiglia reale, che non ha mai parlato con un commoner e non ne sopporta la vicinanza, e il cordiale e irrispettoso ometto (il geniale Geoffrey Rush) che pretende di curarlo nel suo studio e non a palazzo, che lo chiama Bertie come un intimo di famiglia, che lo obbliga a dire parolacce, cantare, stendersi per terra e finalmente a raccontarsi, in una specie di precipizio psicanalitico, in cui il futuro re si libera di ciò che non ha mai detto a nessuno: un padre, re Giorgio V, distante, che lo costringe da mancino a diventare destrorso, le gelide visite quotidiane ai genitori, una nanny perversa, il fratellino preferito epilettico occultato per la vergogna e morto bambino. Si alternano intanto i primi ministri conservatori, da baldwin a Chamberlain, intriga l’arcivescovo di Canterbury (il viscido Derek Jacobi) e pare dalla parte di Giorgio VI il futuro primo ministro di guerra Churchill (il che non è vero, a lui piaceva di più Edoardo VIII). Quando il 3 settembre del 1939, dopo che l’Inghilterra ha dichiarato guerra alla Germania, il re si rivolge ai sudditi inglesi e dell’Impero per esaltarli al patriottismo, davanti a un minaccioso microfono ma anche a Logue che lo guida come fosse un direttore d’orchestra, finalmente ce la fa con immensa dignità e prestigio. Il regista inglese ma di madre australiana Tom Hooper, 38 anni, ha fatto un film nobile, di quelli che raramente si girano più: visivamente magnifico, con l’aiuto di grandi attori, e con una splendida sceneggiatura, scritta da David Seidler, diventato balbuziente da bambino durante la guerra. Anni fa era riuscito a consultare i diari di Logue, e aveva chiesto alla Regina Madre il permesso di fare un film su quella storia straordinaria. «Per favore, non finché sono in vita, per me sarebbe troppo penoso». La Regina Madre si è spenta nel 2002. |
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