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L'incontro. Gentlemen: Colin Firth
A Hollywood lo hanno battezzato “Mister Romance” per i ruoli in cui è specializzato. Ma l’attore inglese, considerato un’icona sexy anche se è arrivato piuttosto tardi al successo e si definisce “la persona più normale del mondo”, ha dimostrato di essere bravo in ogni ruolo. Anche quelli meno raffinati perché, dice, “seguo il consiglio di Peter O’Toole: un film per l’arte e uno per pagare i conti”. E pensare che tutto è cominciato da Jane Austen.
La Repubblica
25/10/2009
A Hollywood lo hanno acclamato con il titolo di Mister Romance. Perché tra gli attori della sua generazione nessuno come Colin Firth sa interpretare con seducente credibilità l’uomo che ama ed è amato, a volte restio ad esprimere in pieno i sentimenti per pudore, o per educazione quando il personaggio appartiene all’aristocrazia britannica. E poiché talvolta il ruolo diventa quello dell’“altro” è sempre pronto al sacrificio e si mette in disparte, come in Un marito di troppo
con Uma Thurman, o in Il paziente inglese e Shakespeare in Love, film nei quali i rivali sono rispettivamente Ralph e Joseph Fiennes.
È vero che nella sua carriera ha strappato fiumi di lacrime al pubblico, soprattutto femminile, ma sarebbe ingiusto racchiudere nella definizione di eroe romantico un attore come Colin Firth, che ha indossato con eleganza i costumi seicenteschi del pittore Vermeer in La ragazza con l’orecchino di perla; è stato un possente antico romano con tanto di calzari e spada in L’ultima legione; un figlio devastato dai rimorsi in And When Did You Last See Your Father?; e si è impegnato con tanta buona volontà per cantare e ballare in Mamma mia!. E se in questi giorni è sugli schermi italiani con Genova (ha vinto il premio Volpi [a Venezia 2009, ma per la sua interpretazione in A Single man NdR]) in cui è un padre che convive con il dolore per la morte della moglie dedicando tutto se stesso alle due figlie, all’ultima Mostra di Venezia ha commosso e convinto tutti con l’interpretazione del professor George Falconer, in A Single Man, protagonista del film di Tom Ford dal libro di Christopher Isherwood, che per una giornata si chiede se la sua vita abbia un senso dopo la perdita dell’amato compagno.
«Penso di avere un volto piuttosto neutro che mi aiuta a giocare con le diverse espressioni e ad apparire a volte meglio a volte peggio di quello che sono», dice minimizzando il suo talento, che il cinema ha scoperto tardi. È cominciato nel 1995, una sera d’autunno, quando sugli schermi della Bbc emerse dal lago, la camicia incollata sul fisico slanciato e forte, lo sguardo altezzoso: un fremito attraversò i sensi di tanto pubblico femminile britannico. L’aristocratico Darcy, creato da Jane Austen per colpire il cuore di Lizzie Bennet in Orgoglio e pregiudizio, non era mai stato così sexy e seducente. Quella sera Darcy entrò prepotentemente nella carriera di Colin Firth e segnò il suo percorso di attore. Perché davanti al teleschermo c’era anche la scrittrice Helen Fielding, anche lei colta dal fremito, nel suo caso “letterario” [Seh! Come no! NdR ;-P], e sulla figura di Firth plasmò il Mr. Darcy sognato da Bridget Jones. E fu lei a volerlo a tutti i costi nelle versioni cinematografiche dai suoi romanzi, Il diario di Bridget Jones nel 2001 e Che pasticcio, Bridget Jones nel 2004. È probabile un terzo film nel prossimo futuro. «Non amo le serie, ma deciderò dopo aver letto la sceneggiatura. Mi piacerebbe se fosse una storia in cui ci ritroviamo tutti un po’ più vecchi a parlare dei nostri acciacchi con allegria cercando di recuperare gli slanci romantici del passato», dice l’attore.
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Nato nell’Hampshire il 10 settembre 1960, prima di apparire nella versione tv di Orgoglio e pregiudizio Colin Firth era uno degli attori inglesi di razza, capaci di passare con disinvolta naturalezza da Shakespeare al teatro moderno, senza disdegnare il cinema, in cui aveva esordito nel 1984 in Another Country, seguito da pochi altri titoli, tra i quali Valmont di Milos Forman. Dopo Darcy la sua carriera cinematografica è esplosa. E pensare che quando gli proposero di partecipare al film tv da Jane Austen, ricorda, «esitai a lungo prima di accettare.
Mi sentivo inadeguato, che c’entravo io, a trentacinque anni, con il personaggio che aveva fatto sognare tante generazioni di lettrici? Adesso non posso che essere grato, sono contento di essere diventato parte della cultura popolare, ma mi sembra ancora molto bizzarro».
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La popolarità non turba Colin Firth «perché è arrivata tardi, da adulto, dopo anni di studio e di lavoro. Non sarò mai una star, sono troppo vecchio». Però non ha potuto evitare l’inserimento nella classifica degli attori più sexy e l’entusiasmo del pubblico femminile: di tutte le età, nei numerosi siti a lui dedicati figurano ragazzine e signore avanzate negli anni. Firth ironizza — «a una signora con la pressione alta hanno proibito di tenere una mia foto. Ha centotré anni, l’emozione sarebbe fatale» — ma è sinceramente imbarazzato quando è accolto da cori eccitati di ammirazione e codazzi di fanciulle che lo inseguono armate di telefonino per una foto ricordo insieme. «Mi sembra incredibile che mi considerino sexy dopo i trenta, quarant’anni. Il fatto è che l’oggetto di ammirazione è un personaggio dello schermo, qualcuno che non sono io».
Anche per sfumare l’immagine sexy, oltre che per «il privilegio di lavorare con Meryl Streep», ha accettato volentieri il ruolo del banchiere, uno dei tre uomini di mezza età che credono ancora nelle sorprese della vita di Mamma mia!. «Mai come in quel caso mi sono messo in gioco. Io che canto e ballo! Sono rigido come una scopa ed ero terrorizzato, per fortuna Pierce Brosnan e Stellan Skarsgard avevano lo stesso stato d’animo. Abbiamo fatto del nostro meglio. Del resto è una commedia e va bene se le nostre esibizioni grottesche hanno strappato qualche risata». A Colin Firth piace definirsi «la persona più normale del mondo» e della normalità fa parte il matrimonio felice con la produttrice italiana Livia Giuggioli, la tenerezza del rapporto con i loro bambini Luca e Matteo di otto e sei anni, entrambi nati a Roma, la scelta di vivere tra l’Inghilterra e la Toscana e di aver imparato per amore l’italiano. A parte gli screzi con il collega Hugh Grant — «non c’è niente di serio, ci scambiamo cattiverie a distanza solo per far piacere ai media» — è difficile che Colin Firth appaia sulla stampa pettegola, la fama dell’attore che si innamora delle partner appartiene al passato, quando durante Orgoglio e pregiudizio ebbe un flirt con Jennifer Ehle e, prima ancora, sul set di Valmont, cominciò una lunga relazione con Meg Tilly da cui nacque il figlio William Joseph oggi quasi ventenne.
Poco amante della mondanità, nel linguaggio e nei modi Firth esprime la riservatezza e la curiosità intellettuale frutto dell’educazione di famiglia. Suo padre era professore di storia, sua madre insegnava religioni comparate e tre dei suoi nonni erano missionari metodisti in Nigeria, dove ha trascorso parte della sua infanzia. Un’esperienza che sembrava dimenticata, mentre studiava recitazione, scopriva Shakespeare e il teatro. «Mi piaceva Spencer Tracy, non perdeva mai humour e intelligenza. E Paul Scofield sconvolse ogni mia idea della necessità per un attore di trasformarsi
e modificarsi in scena. Scofield in Un uomo per tutte le stagioni faceva pochissimo, il mutare degli stati d’animo e le trasformazioni venivano da dentro. Una lezione magnifica». Una lezione che Firth ha assorbito, i suoi personaggi sono privi di eccessi, anche nei film meno importanti sembrano vivere più che recitare. E non è un caso che oggi sia tra gli attori più richiesti e che faccia una media di quattro, cinque film l’anno. A Natale lo vedremo nella rivoluzionario 3D elaborato da Robert Zemeckis per il film della Disney A Christmas Carol, nei panni di Fred, il petulante nipote di Scrooge che Jim Carrey interpreta in tutte le diverse età: «È stata un’esperienza unica. Ho lavorato solo due giorni, ho girato praticamente in mutande davanti a una parete spoglia per essere scannerizzato, elaborato al computer e trasformato in una figura animata. Sono felice di averlo fatto, Christmas Carol è un racconto eterno, farà piangere i bambini di tutte le età».
Per la prossima stagione sono in arrivo molti altri film, tra i quali David Copperfield di David Evans; Main Street di John Doyle, storia di una comunità del Nord Carolina sconvolta dall’arrivo uno straniero; The Meat Trade di Antonia Bird, una commedia con morto ambientata a Edimburgo; Dorian Gray di Oliver Parker, in cui è lord Henry Wotton. Intanto Mr. Darcy è in agguato per il terzo Bridget Jones. «Non tutti i film che faccio entreranno nella storia del cinema, ma seguo il consiglio di Peter O’Toole: un film per l’arte e un film per pagare i conti».
Malgrado un’attività così intensa, da una decina di anni Colin Firth riesce comunque a trovare il tempo per dedicarsi all’impegno di testimonial di Oxfam, una sigla che raccoglie diverse ong a cui partecipano Bob Geldof e Bono e che in Italia collabora con Ucodep per la gestione di decine di programmi di sviluppo nei Paesi del sud del mondo. «Detesto i divi impegnati nel sociale», premette ogni volta che affronta l’argomento, ma «a volte ti scontri con episodi che non possono lasciarti indifferente. Siamo tutti responsabili, ma più di tutti lo sono i governi degli otto cosiddetti potenti della Terra. Al G8 del 2005 si erano impegnati a cancellare il debito dei paesi poveri. La promessa era raggiungere cinquanta milioni di dollari entro il 2010. A un anno dalla scadenza se ne sono raccolti solo dieci». La passione sfuma nell’amarezza al ricordo di uno dei suoi viaggi. «In Etiopia ho visto un bambino morire tra le braccia del padre perché non riusciva a bere acqua. Aveva l’età di mio figlio. Ho trattenuto le lacrime, ho pianto dopo, quando sono arrivato a Cannes, il contrasto tra il glamour e quello che avevo visto era insopportabile. Forse la paternità mi ha reso più sensibile. A volte, guardandoli crescere e pensando al loro futuro, mi sento colpevole. Mi vergogno per il mondo corrotto e devastato che gli stiamo lasciando».
Maria Pia Fusco
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