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Scandalo anch’io
Ha la faccia e la fama da bravo ragazzo. E al cinema questa faccia e questa fama lo hanno seguito (ricordate il goffo corteggiatore di Bridget Jones?). Ora, però, preparatevi a vederlo in un’orgia bisex con Kevin Bacon. Imbarazzante? “Ho fatto di peggio...”
Vanity Fair, Italia
20/04/2006
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Capita raramente di trovare uno straniero che, sull’Italia, abbia da dire qualcosa di diverso da “quanto mi piacciono gli spaghetti”. Un attore inglese, poi, figuriamoci. Invece Colin Firth conosce (e apprezza) i film di Giuseppe Piccioni e riesce a scorrere i quotidiani, accorgendosi non solo di certe anomalie politiche del nostro Paese, ma anche della grande differenza che separa il “giornalese” dall’italiano parlato. Ha persino provato a leggere Oceano mare di Alessandro Baricco. Che cosa glielo fa fare? L’amore! Un po’ come capitava al suo personaggio nel film Love Actually – L’amore davvero, il tizio che imparava il portoghese perché invaghito di una ragazza di quelle parti.
Nella vita, Colin si è innamorato di un’italiana bruna e molto carina, la produttrice Livia Giuggioli, con cui è sposato da otto anni e con cui ha due figli: Luca, 4, e Matteo, 2 (ne ha anche un terzo, Will, 15 anni, avuto da una relazione con l’attrice Meg Tilly).Chi lo frequenta dice che Firth parla l’italiano meglio di quanto vorrebbe far credere, ma l’intervista la facciamo in inglese, solo con qualche piccola incursione lessicale, tipo “rincoglionito”, perché, dice Colin, non ha alcun corrispettivo nella sua lingua madre.
Siamo a Roma, al bar dell’Hotel de Russie. Colin arriva puntualissimo, in jeans e giacca blu. Dal vivo è più alto e più sexy che al cinema. Ha un sottile senso dell’ironia che emerge, a sorpresa, nei discorsi più seri. Fa pensare a quei compagni di classe anonimi che, anni dopo, si rivelano dei geni.
Ci sono due suoi film al cinema, in questo momento, molto diversi tra loro: la favola per bambini Nanny McPhee – Tata Matilda (già uscito) e il morboso, avvincente, incubo per adulti False verità di Atom Egoyan, in sala da questo weekend. Per le affezionate al Mark Darcy di Bridget Jones, portatore sano di seducente goffaggine, False verità può essere uno choc. C’è persino la scena di un’orgia bisex, in cui Colin salta addosso a Kevin Bacon.
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Nel film i due attori interpretano due entertainer degli anni Cinquanta ricchi, famosi e debosciati. I loro personaggi sono vagamente ispirati a Dean Martin e Jerry Lewis e il film racconta quel mondo, quando la televisione era agli inizi, la celebrità era divismo e Las Vegas era Las Vegas.
Quanto è fastidioso girare una scena di sesso, per di più gay, non essendo gay?
Non ero proprio a mio agio. Ma non lo si è mai nelle scene di sesso. C’è un momento terribile in cui ti devi spogliare, davanti a tanta gente, magari alle sette del mattino, subito dopo aver fatto colazione. Però c’è di peggio nella vita. L’importante è il rapporto con la persona che deve girare la scena con te. In questo caso, ci ha facilitato il fatto che tra me e Kevin Bacon non ci fosse tensione, né alcuna attrazione. Il pubblico si fa un sacco di fantasie sul sesso recitato al cinema, ma per me è molto più difficile interpretare scene di violenza. Soprattutto se sei quello che picchia, è davvero imbarazzante. Quando le prendi, è meglio. Hai delle capsulette di plastica in bocca che fanno uscire il sangue finto, e ti senti un eroe. Una volta, sul set di Hostages, una produzione televisiva, prendevo un sacco di botte. Alla fine della scena i miei “torturatori”, che non erano attori professionisti, erano preoccupatissimi. Ripetevano: “Sei sicuro di stare bene?”.
Nel libro omonimo da cui è tratto False verità (di Rupert Holmes, Fandango editore, ndr) c’è questa frase: “Non mordere mai la mano che ti applaude”. Definisce l’ambiguità della fama: la si desidera, ma poi se ne subiscono le conseguenze. Lei che rapporto ha con la celebrità?
Tranquillo, perché la mia carriera è andata avanti a piccoli passi, con momenti felici e altri deludenti. In generale, penso che non esista un solo attore al mondo che non possa passeggiare qua fuori, su Via del Corso, senza essere disturbato. Dipende da come ci si pone. Certo, se uno si muove con un corteo di guardie del corpo al seguito, con un paio di occhiali da sole, pronto per farsi fotografare...
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A lei non capita di essere riconosciuto?
Sì, anche al supermercato. Allora c’è sempre qualcuno che ti spia, si attacca al cellulare e racconta all’amico che cosa c’è nel mio carrello. Giuro che è successo.
E che cosa c’era nel carrello?
Non ricordo, Probabilmente dei rotoli di carta igienica. Grande scoop!
Nel film si parla del Telethon, e di attori che fanno beneficenza. Nella vita, lei è impegnato in diverse iniziative per l’Africa, per il commercio equo e solidale, per i diritti civili. Siete in tanti, voi attori, a farlo. Perché?
E’ vero che, a guardarla dall’esterno, sembra una moda. Ed è vero che c’è qualcosa di ipocrita nel fatto che persone privilegiate come noi salgano in cattedra a dire che cosa si deve o non si deve fare. Io ho iniziato perché ero stufo di leggere i giornali e limitarmi a scuotere la testa. Dopo, se ci credi seriamente, non puoi più tornare indietro. Le associazioni umanitarie, che ormai ti conoscono, telefonano per chiedere aiuto e non è che puoi dire: “Scusa, ma questa settimana la fame nel mondo non mi interessa, ho altro da fare”.
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Bob Geldof ha praticamente smesso di fare il musicista per dedicarsi alle cause umanitarie. Lei potrebbe fare una cosa del genere?
No, sono troppo egoista. Però, mi creda, questo tipo di impegno, oggi, porta più critiche che vantaggi. Tanti: i più cinici pensano che lo si faccia per vanità ed esibizionismo. Certo che è paradossale avere una bella casa, vivere bene come vivo io e poi andare a trovare i coltivatori di caffè in Etiopia. Ma non si può utilizzare la celebrità solo per avere il tavolo migliore al ristorante o viaggiare in prima classe.
Che cosa succede, concretamente, quando uno come lei va in Africa?
Che la gente del posto è felice di vedermi e di sapere che mi sto interessando a loro. Anche se sanno benissimo che nessuna delle mie iniziative può cambiare radicalmente la loro situazione e men che meno liberare il mondo dalle sue tragedie. Però, la solidarietà non è qualcosa che si possa misurare, entrando in una logica tipo “Oggi ho salvato un rifugiato”, “Io, invece, ne ho salvati due”. Altrimenti, davvero, non serve più a niente.
Scusi se glielo dico, ma lei mi sembra troppo articolato per essere un attore.
Grazie del complimento. Ma sarebbe stupita di scoprire quanti attori intelligenti ci sono in giro.
E come mai si tende a pensare il contrario?
Perché, se guardiamo un pianista che suona Rachmaninov, restiamo incantati dalla sua abilità. pensiamo: io non sarei in grado di farlo. Invece, recitare sembra qualcosa alla portata di tutti. ma non lo è.
Mi spieghi.
Lasci perdere. Non c’è niente di più noioso di un attore che parla del suo lavoro.
Paola Jacobbi
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