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Colin Firth
Cinque settimane di riprese massacranti e quasi sempre di notte. Il 48enne inglese racconta così l’esperienza sul set di Tom Ford. Si dice fiero ed eccitato di andare per la prima volta a Venezia da protagonista: c’era stato solo come spettatore o turista.
L'Uomo Vogue
Settembre 2009
Divo suo malgrado, Colin Firth è davvero una persona sui generis: normale e quindi eccezionale. Le fans di tutto il mondo lo venerano per quel viso da bravo ragazzo, per la tenera goffaggine del suo Darcy nel Diario di Bridget Jones e per i modi sbrigativi e sensuali del tenebroso Vermeer in La ragazza con l`orecchino di perla (2093), ed è quasi impossibile trovare un’intervista incui non venga citata la sua camicia bagnata nella serie Orgoglio e pregiudizio (1995) per la Tv inglese. Ma nulla di questo gli si attaglia: non si crogiuola nel successo planetario ma cerca il più possibile di salvaguardare la sua privacy; non è uno sciupafemmine ma è sposato da più di dieci anni con la produttrice italiana Livia Giuggioli; ha l’aria da bravo ragazzo, sì, ma unita a un’educazione mai affettata, che nasce dal rispetto dell’altro, chiunque esso sia. Una semplicità che non è banalità, prova ne è l’alternarsi nella sua filmografia di titoli frivoli (la serie St. Trinian’s) e impegnati (False verità, 2005, di Atom Egoyan), blockbuster (Mamma mia!, 2008, di Phyllida Lloyd) e produzioni indipendenti (Genova, 2008, di Michael Winterbottom). «Quello che mi spinge a scegliere un copione è sempre la curiosità nei confronti delle persone, delle esperienze e della vita in genere. La fortuna del mio lavoro è che ti permette di viaggiare e di provare nuove emozioni, praticamente ti fa restare sempre bambino».
Piccola produzione, ma dai grandi nomi, è anche l’ultima scelta di Colin Firth. A dirigerlo in A single man è lo stilista Tom Ford al suo esordio come regista, sceneggiatore e produttore. «Sono assolutamente ignorante in fatto di moda», ammette l’attore, «mi piacciono i bei vestiti. stop. Conoscevo molto vagamente il lavoro di Tom Ford, ma quando venne a Londra per parlarmi del film, le sue idee mi catturarono completamente. È stato un lavoro durissimo: le riprese sono durate cinque settimane e abbiamo girato soprattutto di notte, sia in esterni sia in interni. Per me è stata una prova particolarmente importante perché sono presente in ogni scena. Non ho mai lasciato il set: non mi era mai capitata un’esperienza così totalizzante». Lo script racconta le 24 ore di un uomo successive alla morte del suo compagno, sullo sfondo di una Los Angeles ancora intollerante. «Ma non è un film sull’omosessualità, sulle preferenze sessuali o sulla politica dell’essere gay», tiene a precisare Colin, che nell’84 esordì sul grande schermo proprio con un personaggio gay in Another country. «È un film sull’amore, sulla solitudine, sulla perdita. Tom Ford è uno dei registi più straordinari con cui ho lavorato: vede, comprende, ha il polso delle situazioni e il gusto per la misura».
Il tema, solo apparentemente, richiama quello di Genova: anche lì un uomo affronta la scomparsa improvvisa della sua metà, ma in questo caso si tratta di una famiglia funzionale, con padre, madre e due figlie. «È molto diverso anche l’approccio stilistico dei due registi. La stessa espressività del set era diversa. Con Winterbottom il paesaggio intorno a noi diventava coprotagonista della storia: Genova, San Fruttuoso. Camogli. Poi Michael ha una capacità tutta sua di catturare la luce anche con una normale telecamera digitale, la rende così presente che ti sembra di poterla toccare. Tom invece ha usato il buio notturno nel 90% delle scene. E anche per gli interni ha evitato quelle bandiere nere che si usano di giorno per non fare entrare la luce. Voleva un effetto più naturale di chiaroscuro. Quello che rende il film visivamente davvero raffinato, nonostante il budget esilissimo, è la creatività di Ford per quanto riguarda gli effetti».
A single man è ancora più significativo nella carriera di Firth perché lo porta per la prima volta alla Mostra del Cinema di Venezia. «Al Lido girai tanti anni fa le scene ambientate al Cairo de ll paziente inglese. Molto tempo dopo ci tornai per accompagnare mia moglie che presentava alla Mostra un documentario su Giuseppe Tornatore, ma è il festival a cui avrei sempre voluto partecipare con qualcosa di mio. Per questo sono piuttosto emozionato. Poi non vorrei dire una cosa banale. che può apparire anche "preconfezionata", ma sono davvero contento di andarci con un film di cui sono particolarmente fiero». Quaranta titoli girati per il cinema, venti per la televisione, cinque film in uscita sul grande schermo e due progetti in evoluzione. Ed è anche testimonial di Oxfam, Ong contro la fame e la povertà nel mondo. C’è ancora qualcosa in cui l’attore quarantottenne vuole cimentarsi? «A breve, comunque prima dei cinquant’anni, ho bisogno di fermarmi per un po’. Non è una cosa così strana: l’anno scorso mi sono preso una vacanza di sei mesi e non se ne è accorto nessuno. Prima dei sessanta, invece, vorrei dedicarmi alla scrittura, non di una sceneggiatura ma di un vero e proprio romanzo».
Francesca Felletti (foto di Sofia Sanchez e Mauro Mongiello)
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